sabato 29 maggio 2010

Siete pronti?

Fra un pò si ricomincia.

martedì 9 febbraio 2010

..

A volte mi sembra che qualcuno mi segua. Mi giro, ma non trovo niente.
Bevo il mio tè cinese e non vorrei sentirmi come una che fa le cose tanto per sperare di trovarci un ricordo piacevole dentro, ma lo sono.
Cerco di tenermi impegnata, le giornate si susseguono grigie, piovose, abbondanti di cibo e parole. In Cina tutto era silenzioso, ad un certo momento della giornata
Mi affacciavo alla finestra enorme, luminosissima e guardavo il tizio affacciato a torso nudo, con la sua sigaretta tra le dita, che come me fissava da qualche parte. La strada stracarica di macchine, biciclette, persone.
Calava la notte, senza nemmeno accorgersene, sputacchiava un pò di arancione qua e là, tra la nebbia e il gelo e l'afa e poi crollava giù, ricoprendosi di tante lucette ad intermittenza.
Quell'odore amaro di attesa, di successo, di cibo fritto.
La casa era un porcile, il frigo era vuoto. Mi lasciavo andare con una consapevolezza che mi sembrava saggia, potente: non mangiavo. QUando sentivo lo stomaco soffrire ero sconfitta dall'impossibilità di trovare qualcosa che non mi facesse male, allora provavo ad evitare di mangiare.
Poi mi riprendevo, non ci pensavo. Scendevo in strada e afferravo una patata dolce dal mucchio, uno sguardo di sfida alla tizia che soppesava la patata e poi mi diceva 3 kuai. Troppo, per una patata dolce, niente per le mie tasche, abbastanza per il mio stomaco schizzinoso.

Una gita al mercato di fronte casa, a vedere i vestiti coreani tanto alla moda, tutti uguali, che si capiva lontano un miglio che erano coreani ma erano FIGHISSIMI, quindi bisognava averne almeno uno. Con una mano in tasca a toccare i 100 kuai da dedicare allo shopping, con l'altra tastavo le stoffe, i tessuti, cercavo le taglie, la bocca sempre socchiusa in un sussurro o aperta in una protesta. Mi saltavano, mi chiamavano, si complimentavano, li odiavo per la loro ipocrisia.

Ora Sofia mi ha chiamata.
In CIna all'inizio mi faceva strano che fosse così espansiva, così vogliosa di stare con me. Una cinese fuori del comune, con un'energia e una vivacità imbarazzanti. Ci sentiamo ancora, è qua in Italia, a ROma,
Mi ha appena chiamata dicendomi che è tornata in Italia dopo un viaggio a Parigi e chevoleva avvisarmi perchè io sono la sua famiglia qui in Italia.

Quando ero lì non c'era famiglia. Quando i miei arrivarono, nemmeno c'era famiglia. C'era far vedere che me la sapevo cavare, che la Cina non era poi così incasinata come sembrava, avevo il peso della responsabilità di un intero paese ogni volta che gestivo una comunicazione per conto loro. E' stato stancante, forse era la stanchezza che mi tirava giù il più delle volte.
Il non capire, la ripetizione, la convinzione di essere troppo scema e piccola per tutto quanto.
Il ricambio continuo di persone, le delusioni, gli amori, la fine. Uno per uno, tipo battaglia navale, tutti giù fino a che non sono rimasta sola, nell'accezione più bella del termine.
Non avevo più bisogno di nessuno. Non ne avevo mai avuto bisogno.
Caduto il muro di angosce, ecco che la Cina era casa mia ed ecco che
voglio tornare a casa.

domenica 6 dicembre 2009

Quando c'era il sole

Di questi tempi
Arrivavo trafelata con la sciarpa che si incastrava nel manubrio e il cestino arruginito e cigolante ch mi sballonzolava sul davanti. Spesso frenavo all'ultimo, scansando d striscio gli ultimi coreani che correvano verso l'ingresso, poi parcheggiavo e mi aggiungevo anche io al mucchio delle sagome in attesa dell'ascensore. Ottavo piano di un palazzo enorme.
Ma era all'uscita, coi crampi allo stomaco per la fame, che il cielo sembrava aprisi in uno squarcio divno e il gelo ti pungeva la faccia.
Puntualmente il numero di bici parcheggiate era decuplicato e non trovavo mai il mio povero scassone.

sabato 28 novembre 2009

Le due Cine, le tre Cine, le mille e una Cina

Ultimamente se ne parla molto.

E per ultimamente non intendo questi ultimo cinque o sei anni (tutti hanno testimonianza dell'accrescersi esponeziale delle testimonianze, dei pareri sulla Cina, delle opinioni a riguardo della crisi e del futuro che ci attende), per ultimamente intendo questi ultimi venti anni.

Anche prima del grande boom, in Cina, come sempre, i dibattiti erano aspri e accesi, ma questo non è poi così importante perchè in Cina i dibattiti su qualsiasi cosa sono sempre stati aspri e accesi.

Più che altro è importante come all'Estero la visione della Cina sia cambiata in maniera così repentina e così singhiozzante da rimanerne stupiti.

Gli economisti la studiano da più di un secolo, ne hanno seguito evoluzioni e involuzioni, ma solo ultimamente, ovvero negli ultimi trent'anni, (e soprattutto in seguito all "incidente"di piazza Tiananmen) la curiosità verso questo paese così strano, lontano e contraddittorio, ha iniziato a divorare anche il più indifferente.

I sinologi, dall'alto della loro cultura millenaria, marcopoliana, matteoriccesca, si crogiolano e si beano nella diffusione del Verbo cinese, mentre infami insulsi falsari della comunicazione pullulano in televisione e diffondono la disinformazione, la calunnia, il vuoto.

Più che sostenere o no la Cina nelle sue azioni, trovo particolarmente interessante semplicemente seguire la Cina e le sue motivazioni.

Ultimamente, e per ultimamente stavolta intendo in questi ultimi mesi, leggendola in chiave storico-economica, molte cose mi sembrano più chiare e mi rendo conto di star sviluppando forse una doppia morale.

Osservando la bella Bjork cantare contro l'invasione del Tibet, mi incanto a riflettere sulla totale giustezza del punto di vista dell'innocente occidentale, libero da ogni peso storico, che giudica dall'alto un'azione chiaramente aberrante: i Cinesi che uccidono i tibetani, impediscono loro la salvaguardia della propria cultura, li fanno vivere in un clima di terrore, tipico, in un certo senso, di dittatura comunista (che noi detestiamo e, traumatizzati, ne proviamo inconscio terrore).

Non mi voglio inerpicare in un discorso più complesso di me, nonostante in parte lo abbia già fatto, ma spesso si dimenticano tutta una serie di fattori storici e culturali che hanno sempre ricondotto il Tibet alla Cina, ed altri fattori geopolitici che vorrebbero ricondurre il Tibet all'India che a sua volta è riconducibile agli Stati Uniti. Sto dicendo troppe cose, in maniera troppo confusa? Sto ponendo un quesito, seminando qualche ipotesi, probabilmente soltanto per guardare un'altra faccia di una medaglia che troppo spesso ignoriamo. O per dare alla situazione perlomeno il beneficio del dubbio.

Come per esempio il fatto che la Cina fino ad appunto trentanni fa sprofondava nella più tremena povertà, veniva, un secolo fa, schiacciata, sfruttata e stuprata in ogni suo porto, in ogni sua costa, proprio da noi, che dal Settecento gioviamo di industrie e sfruttamento della nostra stessa forza lavoro ( e quando abbiamo potuto anche della schiavitù).

Ora che la Cina ha deciso, con la sua abilità di pianificazione, di fare la stessa cosa (compresa la schiavitù?) ecco che ci alziamo a giudici, a filosofi, a profeti di un nuovo mondo, ovviamente sempre dall'alto della nostra superiorità economica- che durerà poco-o presi della pura di perderla?

E qui mi devo fermare per non sforare troppo dalla tematica originaria e soprattutto perchè non sarà un post ad esaurire le molteplici sfumature di una tematica ben più complessa della provocazione che ho proposto. Per una visione più approfondita mi ripropongo di scrivere un articolo o un saggio.

Nel frattempo la questione che mi premeva originariamente era quella di una Cina che cambia, a seconda dell'occhio di chi guarda, in maniera caleidoscopica.
In linea di massima, all'interno di una visione ampia della situazione sociale in Cina, ho riscontrato tre grandi contraddizioni.

La prima contraddizione nasce dall'interno. Come la Cina concepiva se stessa quando si trattava di un potere di tipo Imperiale, come, all'epoca e per secoli, l'idea che il popolo fosse così distante dall'elite intelletuale e burocratica, così povero, così solo, non rappresentasse assolutamente un problema e come questo fenomeno, tipico di una società arretrata, sia diventato un male soltanto con l'avvento dell'ideale comunista.

La seconda contraddizione nasce in seno al comunismo stesso, nel tentativo di Mao di cancellare l'elite, per cancellare le differenze sociali, e creare un costante ricambio di cervelli, un dilagare di ignorante forza lavoro, che però è sfociata in incapacità, caos, terrore. Se Mao aveva capito qualcosa, e di cose ne aveva capite tante, non aveva però trovato il modo di risolvere il problema: mobilitando le masse, nella maniera sbagliata, aveva dato loro il potere di sfogare millenni di repressione l'uno contro l'altro.

La terza contraddizione nasce nella Cina contemporanea ed è quella di cui parlano tutti: le grandi cità ricchissime, futuristiche, troppo avanti, e le campagne private di ogni appoggio o diritto o garanzia, che pure un governo comunista dovrebbe garantire.

(continua quando mia madre smetterà di rompere i coglioni....si può vivere così? l'estro soffocato)

venerdì 20 novembre 2009

Piazza Tiananmen

Mi sembra di vederla, o forse la vedo veramente, attraverso i libri, i saggi, gli articoli e gli occhi indagatori delle mie professoresse e delle loro assistenti. Ne parlano e ci raccontano di stragi, repressione e regime.
Federico Rampini ne parla nel suo libro, L'Ombra di Mao, in cui vi sono interviste a chi Tiananmen, qul gigno dellì89, l'ha vissuta. E poi un documentario interessante, toccante(http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tankman/view/ , che vale la pena di vedere anche solo perchè noi possiamo farlo.
E c'è poi anche la mia esperienza personale, delle domande a cui i ragazzi cinesi non sapevano o non potevano rispondere.
Immagino piazza Tiananmen gremita di giovani e meno giovani,milioni, a dormire per terra, nelle tende, per mesi. Come anche noi eravamo negli anni settanta, sensibilizzati da qualcosa che ci faceva così male.
A loro faceva male e avevano voglia di uscirne.
E giù con tutte le teorie, su cosa loro volessero o non volessero davvero, su chi li appoggiasse, sul perchè del fallimento. Ma queste sono cose per addetti ai lavori, l'impressione per il profano è quella di una piazza grigia, pesante di palazzi pesanti, di bandiere rosse troppo in alto, piena di vita, brulicante di aspettative.
L'impressione è legata ad un immaginario lontano, troppo perchè la vera piazza non è più così, la vera piazza conserva la sua dignità di regime e mi sembra di vederla, adesso, spazzata da un vento freddo e secco, che ha allontanato le nuvole. I palazzi grigi illuminati, una lunga fila per il mausoleo di Mao, una piccola folla davanti alla bandiera e il solito andirivieni di vecchietti dalla Città Proibita. La piazza che ho conosciuto io, in cui ho vissuto assolati pomeriggi, gelide mattine, desolate notti, è una piazza silenziosa.
Mi dicono che perfino a capodanno non c'era nessuno. La festa era altrove, nelle case, nelle piccole vie, negli hutong. Oppure, al contrario, davanti ai bei teatri, nei ristoranti, nei pub, tra i grattacieli e i locali degni di Manhattan..la vita è altrove, mentre Tiananmen rimane bloccata in un cerchio di militari sempre in marcia.

sabato 26 settembre 2009

I fantasmi

Possiamo dirci quello che vogliamo, ripetercelo fino alla nausea. Io ho messo su peso, tu ne hai perso. Stiamo bene, siamo sane, non dobbiamo più combattere contro qualcuno che vuole, decisamente, ucciderci. Non dobbiamo guardarci in continuazione allo specchio e chiederci chi siamo, se stiamo facendo bene, se abbiamo fatto bene. Non abbiamo motivi per piangere, sentirci
soli, voler scappare.
E quando ci incontriamo ci troviamo sane, serene, completamente diverse.
Ma certi fantasmi non li uccidi, semplicemente li chiudi nelle scatole.

venerdì 18 settembre 2009

Primi spostamenti: Tianjin

Sotto Natale fui invitata dalla mia cara amica Giovanna in quel di Tianjin. Per chi non lo sapesse Tianjin viene anche chiamata Porto di Pechino, ma non solo è distante da Pechino più o meno quanto Napoli da Roma, è inoltre distante anche dal mare.

Tianjin è anche considerata dai pechinesi un pò provinciale, poco metropolitana. Eppure è una città di circa 9 milioni di abitanti, terza per popolazione in Cina, e a vederla con tutti i grattacieli e le superstrade, non è che sembri proprio un villaggetto.

Ma in Cina funziona così, e Tianjin, per un motivo o per un altro (motivi storici, artistici e culturali in primo luogo) non è Pechino. Per cui la gita da Pechino a Tianjin risulta, a dirsi, una gita fuoriporta alla cittadina confinante, una gita da fare in giornata, grazie alla linea ferroviaria ultraveloce che collega le due città in mezzora, una gita che se non è per affari è per andare a trovare amici o per mangiare i famosi baozi che li fanno bene solo a Tianjin o comunque per vedere com'è fatta questa Tianjin, che in fondo, bene o male, è solo a mezzora da Pechino.

Viceversa i Tianjinesi se proprio hanno un pò di tempo da spendere se ne vanno nella capitale, luogo di perdizione e di rinomata bellezza. Per fare qualche foto ai posti delle cartoline delle Olimpiadi, o a Mao, o a qualsiasi altra cosa famosa.

Insomma io me ne andavo a Tianjin per amicizia, ma ci sarei andata comunque.

Ero ospitata nella stanza di Giovanna e il ragazzo, quindi in tre in una stanza (ancora mi dispiaccio per il disturbo ma loro non sembravano disturbati) in un quartiere di Tianjin piuttosto caratteristico, dall'atmosfera quasi condominiale, con tanto di vecchietti organizzati per la domenica con revival dell'Opera di Pechino.

Ma il punto non fu tanto l'esserci, quanto l'arrivarci.

Prima di tutto la stazione da cui partiva il treno super veloce era la stazione Pechino Sud, e io non ci ero mai stata. Ero stata alla Est, alla Nord, ma sulla sud pareva aleggiare un mistero, strane leggende e mitologie la circondavano.

Dato che di indicazioni, su internet, se ne trovavano poche, chiesi alla mia professoressa cinese di pechino come arrivare sul posto, ovviamente spiegandole dove fossi diretta.

lei rimase perplessa.

La stazione sud pareva fosse la più inutile della città, una stazione di clochard, di senza speranza, con circa due o tre partenze al giorno, per quanto ne sapeva lei la situazione era ancora così.

ma no ma guardi che da lì parte il superveloce per Tianjin.

Al che lei, umile,si giustificò dicendo che avrebbe chiesto alla figlia, che queste cose le sa.

Entrò un'altra professoressa, sulla trentina, e si misero a discutere in pechinese stretto su cosa, dove e come fosse la stazione sud. Ecco alfine un'altra opinione: io sapevo che c'erano i lavori in corso, anche adesso. E' la stazione più recente, più nuova.

Ma c'è o no? e come ci si arriva?

le donne scuotevano la testa, dispiaciute. La professoressa mi chiese il numero di cellulare e mi promise di chiamarmi nel pomeriggio.

Mi chiamò invece a ora di pranzo, mentre ero ancora col boccone in bocca, (maledetta dedizione cinese) e mi spiegò con precisione quali bus prendere, bus che mi avrebbero portato fino a un certo punto, e poi avrei dovuto per forza chiamare un taxi

- è una zona in costruzione, la circolazione pubblica non è efficiente-

infine, carinamente,mi rassicurò dicendomi che ce l'avrei fatta, che il mio cinese era assolutamente sufficiente a muovermi.

(questa dopo Xian e Luoyang, chiariamoci, non era la mia maggiore preoccupazione)

l'ingenuità e la perizia della donna nelle indicazioni mi commossero, tanto quanto la generale ignoranza mi sorprese. possibile che nessuno andasse a Tianjin?
L'avrei presto scoperto.
Seguii le indicazioni alla lettera e alla fine mi ritrovai nella stazione dei treni più futuristica bella e pulita che avessi mai visto (e sono stata in Germania). Sembrava di stare in paradiso.
Mi avvicino ad uno sportello-biglietteria, dopo aver aspettato neanche un minuto, data l'efficienza e la quantità degli sportelli e compro (non senza difficoltà linguistiche, ma mea culpa, il mio cinese non era sufficiente a non bloccare una fila alla biglietteria dei treni...e in realtà probabilmente non lo sarebbe mai stato..)il fatidico biglietto superveloce.
Mentre arrivo al binario sulle scale mobili, ripercorro la storia della stazione grazie alle gigantografie dell foto dei tempi di una volta. Anni 60, 70, 80...fino ad oggi. La stazione piena di barboni e terra di allora si era trasformata, come di dovere, nel cigno che stavo vedendo.
Salii sul treno dove mi accolsero hostess d'aereo che mi fornirono anche acqua e giornale.
Chiusi gli occhi ed ero già a Tianjin.