sabato 26 settembre 2009

I fantasmi

Possiamo dirci quello che vogliamo, ripetercelo fino alla nausea. Io ho messo su peso, tu ne hai perso. Stiamo bene, siamo sane, non dobbiamo più combattere contro qualcuno che vuole, decisamente, ucciderci. Non dobbiamo guardarci in continuazione allo specchio e chiederci chi siamo, se stiamo facendo bene, se abbiamo fatto bene. Non abbiamo motivi per piangere, sentirci
soli, voler scappare.
E quando ci incontriamo ci troviamo sane, serene, completamente diverse.
Ma certi fantasmi non li uccidi, semplicemente li chiudi nelle scatole.

venerdì 18 settembre 2009

Primi spostamenti: Tianjin

Sotto Natale fui invitata dalla mia cara amica Giovanna in quel di Tianjin. Per chi non lo sapesse Tianjin viene anche chiamata Porto di Pechino, ma non solo è distante da Pechino più o meno quanto Napoli da Roma, è inoltre distante anche dal mare.

Tianjin è anche considerata dai pechinesi un pò provinciale, poco metropolitana. Eppure è una città di circa 9 milioni di abitanti, terza per popolazione in Cina, e a vederla con tutti i grattacieli e le superstrade, non è che sembri proprio un villaggetto.

Ma in Cina funziona così, e Tianjin, per un motivo o per un altro (motivi storici, artistici e culturali in primo luogo) non è Pechino. Per cui la gita da Pechino a Tianjin risulta, a dirsi, una gita fuoriporta alla cittadina confinante, una gita da fare in giornata, grazie alla linea ferroviaria ultraveloce che collega le due città in mezzora, una gita che se non è per affari è per andare a trovare amici o per mangiare i famosi baozi che li fanno bene solo a Tianjin o comunque per vedere com'è fatta questa Tianjin, che in fondo, bene o male, è solo a mezzora da Pechino.

Viceversa i Tianjinesi se proprio hanno un pò di tempo da spendere se ne vanno nella capitale, luogo di perdizione e di rinomata bellezza. Per fare qualche foto ai posti delle cartoline delle Olimpiadi, o a Mao, o a qualsiasi altra cosa famosa.

Insomma io me ne andavo a Tianjin per amicizia, ma ci sarei andata comunque.

Ero ospitata nella stanza di Giovanna e il ragazzo, quindi in tre in una stanza (ancora mi dispiaccio per il disturbo ma loro non sembravano disturbati) in un quartiere di Tianjin piuttosto caratteristico, dall'atmosfera quasi condominiale, con tanto di vecchietti organizzati per la domenica con revival dell'Opera di Pechino.

Ma il punto non fu tanto l'esserci, quanto l'arrivarci.

Prima di tutto la stazione da cui partiva il treno super veloce era la stazione Pechino Sud, e io non ci ero mai stata. Ero stata alla Est, alla Nord, ma sulla sud pareva aleggiare un mistero, strane leggende e mitologie la circondavano.

Dato che di indicazioni, su internet, se ne trovavano poche, chiesi alla mia professoressa cinese di pechino come arrivare sul posto, ovviamente spiegandole dove fossi diretta.

lei rimase perplessa.

La stazione sud pareva fosse la più inutile della città, una stazione di clochard, di senza speranza, con circa due o tre partenze al giorno, per quanto ne sapeva lei la situazione era ancora così.

ma no ma guardi che da lì parte il superveloce per Tianjin.

Al che lei, umile,si giustificò dicendo che avrebbe chiesto alla figlia, che queste cose le sa.

Entrò un'altra professoressa, sulla trentina, e si misero a discutere in pechinese stretto su cosa, dove e come fosse la stazione sud. Ecco alfine un'altra opinione: io sapevo che c'erano i lavori in corso, anche adesso. E' la stazione più recente, più nuova.

Ma c'è o no? e come ci si arriva?

le donne scuotevano la testa, dispiaciute. La professoressa mi chiese il numero di cellulare e mi promise di chiamarmi nel pomeriggio.

Mi chiamò invece a ora di pranzo, mentre ero ancora col boccone in bocca, (maledetta dedizione cinese) e mi spiegò con precisione quali bus prendere, bus che mi avrebbero portato fino a un certo punto, e poi avrei dovuto per forza chiamare un taxi

- è una zona in costruzione, la circolazione pubblica non è efficiente-

infine, carinamente,mi rassicurò dicendomi che ce l'avrei fatta, che il mio cinese era assolutamente sufficiente a muovermi.

(questa dopo Xian e Luoyang, chiariamoci, non era la mia maggiore preoccupazione)

l'ingenuità e la perizia della donna nelle indicazioni mi commossero, tanto quanto la generale ignoranza mi sorprese. possibile che nessuno andasse a Tianjin?
L'avrei presto scoperto.
Seguii le indicazioni alla lettera e alla fine mi ritrovai nella stazione dei treni più futuristica bella e pulita che avessi mai visto (e sono stata in Germania). Sembrava di stare in paradiso.
Mi avvicino ad uno sportello-biglietteria, dopo aver aspettato neanche un minuto, data l'efficienza e la quantità degli sportelli e compro (non senza difficoltà linguistiche, ma mea culpa, il mio cinese non era sufficiente a non bloccare una fila alla biglietteria dei treni...e in realtà probabilmente non lo sarebbe mai stato..)il fatidico biglietto superveloce.
Mentre arrivo al binario sulle scale mobili, ripercorro la storia della stazione grazie alle gigantografie dell foto dei tempi di una volta. Anni 60, 70, 80...fino ad oggi. La stazione piena di barboni e terra di allora si era trasformata, come di dovere, nel cigno che stavo vedendo.
Salii sul treno dove mi accolsero hostess d'aereo che mi fornirono anche acqua e giornale.
Chiusi gli occhi ed ero già a Tianjin.

mercoledì 16 settembre 2009

La bicicletta

Probabilmente la mia libertà è legata a una bicicletta.



Estate 2004

mi sentivo così libera con l'aria fredda della notte che mi soffiava tra i capelli, e non si vedeva nulla. Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l'ha.

Urlavamo verso il molo e le stelle.Mi sentivo libera, certo, col vuoto davanti, per nulla spaventata. Finito il liceo, non avevo nemmeno la più pallida idea di cosa avrei fatto e sapevo che sarebbe stata la mia ultima estate senza un briciolo di responsabilità.

Probabilmente ero più incosciente per altro.



Primavera 2009

sulla mia bici scassata, che nessuno ha mai considerato decente tranne me. Era più che decente.

Mi aspettava fuori la scuola, il dormitorio, la metro, casa di Tirza, il McDonalds, fuori il supermarket, la biglietteria, gli hotel. C'era sempre prima e dopo ogni cosa.

Ma soprattutto c'era la mattina alle 5, quando mi ritiravo a casa dopo una notte un pò troppo lunga, distrutta, sperando solo che la strada sotto di me fosse veloce, che durasse niente
non c'era nessuno.

tranne gli operai coi caschi gialli che andavano a lavoro cantando vecchie canzoni, gli uccelli e i vari gatti, nel campus. E fuori solo taxi e carretti stracarichi di roba.

Il ponte e poi il palazzo, mi trascinavo la bici per la rampa di accesso, fin dentro l'ascensore. Non sapevo se al custode dovevo dire buongiorno o buonanotte, solitamente gli sorridevo e lui mi sorrideva in risposta.

Infine a casa, nel letto. Poi il buio.
Libertà, stanchezza e una bicicletta.

mercoledì 9 settembre 2009

La telefonia mobile

Quando arrivi a Pechino necessiti di una scheda cinese. Il cellulare italiano non è affidabile, risulta parecchio costoso, per la comunicazione estera, ed è assolutamente inutile per la comunicazione interna.
Se non hai un numero di cellulare sei completamente isolato, praticamente un signor nessuno. Te lo chiedono perfino in banca, alle poste, quando rinnovi i visto: devi essere ritracciabile, sempre.
Ovviamente questo vale anche per l'Europa, o gli Stati Uniti, ma a Pechino i risvolti sono inimmaginabili.
Per esempio capita spessissimo di ricevee telefonate da numeri sconosciuti.
Magari all'inizio, ingenuamente, ti trovi a rispondere perchè credi (o speri) che siano amici, o amici di amici, o quel tizio che ti cercava per un lavoro o addirittura il Governo Cinese ch ha trovato delle irregolarità nel tuo modo di camminare per strada . Ti precipiti fuori dalla classe, col rischio che gli altri pensino che tu abbia un attacco di cacarella, cosa per cui tutti hanno, comunque, il massimo rispetto.
Ma non è quasi mai un tuo amico, o qualcuno che cerca proprio te.
Di solito attacca una voce che ti apostrofa ovviamente in cinese e cerca di venderti questo o quello.
Ovviamente tu attacchi, ma nel frattempo hai speso il resto dei soldi che ti rimanevano nella scheda.
Perchè sì, uno svantaggio della telefonia mobile cinese è che paghi anche se ricevi.
Non solo, se non hai soldi e magari (come quasi sempre accade) non te ne sei accorto, rimani isolato, irragiungibile, fino a che ti balena l'idea che forse non hai più soldi sul cel e allora provi ad effettuare una chiamata, così, per assicurartene, e la signorina cinese ti ribadisce il tuo fallimento economico.
Il bello è che questo esaurirsi della ricarica accade quasi sempre di notte così che al risveglio, preso dalle varie cose, nemmeno te ne puoi accorgere. E' di notte che gli operatori cinesi agiscono, così da prenderti ancora più alla sprovvista, da renderti ancora più inerme quando durante il corso vuoi inviare un sms ad un'amica, per organizzarti per il pranzo, a mensa o dal giapponese perchè ti sei svegliata con voglia matta di sushi, ma non puoi inviare un bel niente. e all'uscita ti ritrovi famelica e sola e speri di incontrare qualche faccia conosciuta così da non dover affrontare il pranzo in solitudine.
Questo puo' sembrare poco importante e in effetti lo è, dato che si incontra sempre qualcuno, ovunque tu vada, alla Yuyan. E allora invece parliamo di cose serie, di quando aspetti quella telefonata dal padrone di casa, perchè ti è saltata la corrente e in frigo la roba ha già organizzato un referendum per la tua eliminazione. O quando aspetti notizie dalla coinquilina, riguardo la bolletta pagata o no. ma nulla, il telefono tace e non c'è possibilità di resuscitarlo.
Bisogna aspettare il pomeriggio, quando ti recherai in uno spaccio, o da quei venditori per strada, o dall'edicola che espone l'apposito cartoncino scritto a mano:ricariche.

Non è di certo finita qui.
Provate a immaginare come si ricarica un cellulare in italia. Compri la scheda, chiami il numero, segui le istruzioni. Niente di più semplice. O forse no?
ecco, in Cina è più o meno uguale.
Quando hai trovato il luogo adatto devi relazionarti con l'edicolante, il tizio dello spaccio o il venditore ambulante per strada: vorrei una ricarica da 30 yuan.
Lui ti chiede il gestore. All'inizio non capisci, gli ripeti il quantitativo. Lui ti chiede se sei CHINA MOBILE e tu, illuminato, rispondi sì. A quel punto ti consegna la scheda.
Dopo un anno oramai era automatico, domanda risposta, domanda risposta, ma non ho mai conosciuto qualcuno che non fosse china mobile. Probabilmente non esiste altro gestore, e la domanda è una domanda in codice, una specie di porta d'accesso a un mondo sconosciuto di cui fai parte o no.Noi non facevamo parte del mondo segreto, eravamo luridi chinamobilisti, quelli della compagnia più nota, più diffusa, più semplice. Non sapremo mai cosa c'era sull'altra sponda.

Una volta ottenuta la scheda i più impavidi si arrischiano a grattare la linea argentata e a chiamare il numero gratuito.
Solo che c'è gente che dopo un anno ancora se lo fa fare dall'edicolante, dal tizio dello spaccio, dal venditore ambulante per strada: gli affidi il telefono come se fosse un bambino in fin di vita, e l'edicolante Padre Pio a imporre le sue mani sul caso terminale.
Non tutti riescono a reggere il panico da scelta, il dubbio che ti prende le viscere quando la voce in cinese ti SEMBRA abbia detto premi 1 per inglese, premi 2 per cinese.
Tu speri, la prima volta, che l'inglese ti risulti più comprensibile. Ma è solo un inganno, uno specchietto per le allodole e infine non hai alcuna idea di cosa la signorina abbia detto.
attacchi il telefono prima di fare un errore imperdonabile.
Richiami, rifugiato nel punto più remoto della casa, così da essere avvolto nel completo silenzio. Questa volta ti sembra di aver capito qualcosa, ma qualcosa senza alcun senso. Ti sembra ch ti chieda se vuoi ricaricare con xy oppure hai il servizio wz. Ti chiedi a che gruppo appartieni, da che parte stai, come la china mobile potrebbe catalogarti. Tu credi di essere un xy, premi il tasto apposito: ma ti dice che devi inserire un codice. provi a inserire il tuo numero, ma non è. Provi a inserire il numero che hai grattato fuori dalla scheda, ma non è. Cerchi di ricordare quando sarà l'Apocalisse per Nostradamus, ma non è nemmeno quello.
A questo punto ti conviene ammettere che sei un wz.
Dopo qualche mese di sbagli e di incertezze, finalmente capisci che non è questione di comprendere o no il messaggio registrato, devi semplicemente premere 2,2 , inserire il numero da ricaricare e infine il numero della scheda.
non per vantarmi ma io ero una dei pochi che se la faceva da sola, la ricarica, e non so se per fortuna o per estrema concentrazione, non ho mai sbagliato.
Di conseguenza, non ho ma ricaricato accidentalmente un numero sconosciuto sbagliando a digitare, nè però ho mai ricevuto una ricarica fortunata da parte di un distratto ricaricatore.
Cosa che è successa alla mia amica Paola che si è ritrovata con 50 yuan di ricarica, e un'improvvisa fede in Buddha.

giovedì 3 settembre 2009

Auguri

Ieri è stato l'anniversario del mio sbarco a Pechino. E' passato un anno.
A volte ho dei flashback improvvisi e ci rimango malissimo a tornare coi piedi per terra. Perchè?
In ogni caso tanti auguri a chi sbarcò con me, a chi ha affrontato sei mesi, o un anno, in terra lontana.
Spero che un giorno ci rivedremo, di nuovo lì. Che se no non è la stessa cosa.

martedì 11 agosto 2009

noi, i reduci ridicoli

Il giorno prima di partire sono andata a trovare gli ultimi rimasti per i saluti. Non c'era solo Daniel,sono stata piuttosto imprecisanel post precedente , c'erano anche un nugolo di ragazze, conoscenti più o meno intime, che sarebbero partite poco dopo di noi e con cui avevamo condiviso gioie ma soprattutto fastidi.
In particolare un gruppetto di tre ragazze che, arrivate tre mesi prima della fine, fresche e pimpanti, con la loro allegria, leggerezza e voglia di fare avevano sconvolto il nostro stanco e sfibrato gruppo di giovani vecchi. Nel bene e nel male.
Queste tre le chiameremo amichevolmente M, F e C.
Delle tre io, personalmente, conoscevo un pò meglio solo M, per vie più o meno indirette. Ci eravamo trovate per caso a parlare di letteratura ed è stato come riscoprire qualcosa che avevo buttato in uno sgabuzzino, troppo impegnata a tagliare liane con il mio machete e ad affrontare orribili mostri dagli occhi a mandorla.
Insomma, si è parlato un pò di quello di cui mi è sempre piaciuto parlare, e la cosa mi ha fatto piacere particolarmente M, che prima di allora era soltanto una dei milioni di figuranti della commedia pechinese.
in breve, le avevo affidato un compito importante e dovevo consegnarle delle carte. Ovviamente, dovevo anche salutare le tre ragazze, erano sempre state molto gentili ed affettuose, perfino con me.
Ma quello che volevo dire era che ci trovavamo a tavola e loro come sempre ribadivano con gli occhi e con la pelle quanto quei tre mesi non fossero bastati per viversi tutto come avrebbero voluto, e quanti viaggi avrebbero ancora fatto, per la Cina, se fossero potute rimanere. Io le guardavo materna.
Appena tornata da un viaggio sfibrante e magnifico nel sud, che mi aveva fatto scoprire( o riscoprire) una cina che pechino e le sue vicissitudini mi avevano fatto dimenticare anche solo di aver mai immaginato. Ero sull'orlo della fuga, avevo impacchettato tutto, detto addio a tutti, e a quelli che invece avevo lasciato dietro in Italia avevo promesso un ritorno atteso, pieno di affetto e calore. Avevo bisogno di tutto questo, era la mia pelle, brutta e cattiva, ad urlarlo.
Ma comunque le guardavo pensando che ero stata anche io così, dopo tre mesi. ed avevo anche passato i sei mesi, allo scadere del quali tre quarti della compagnia era tornata a casa e io e manuela invece avremmo affrontato altri lunghi mesi grigi. e non ci sopportavamo nemmeno.
dopo sei mesi torni a casa e ti penti di essere stata solo sei mesi.
dopo un anno ti senti come un reduce. un reduce ridicolo che sa che d'inverno ci si cura col miele e con quelle palle d'erba e quegli sciroppi amari. E sa che l'autunno è la stagione migliore, che la primavera dura poco ed è piena di simpatici pulviscoli saltellanti. Il reduce aspetta l'estate perchè vuole il sole, ma il sole non lo vedrà mai.
Chi ha letto questo blog sa più o meno cosa può succedere durante un anno, ma ovviamente non è solo questo. Mi viene da pensare alla voce con cui ho spiegato alle ragazze come ognuno di noi, da febbraio in poi, si sia beccato almeno una malattia d'ospedale. Per non parlare di infezioni, piccoli fastidi.
cose che ti fanno tornare almeno tre chili più pesante (come quasi tutti) o scheletrico (come me) e che ti fanno sentire come uno che è passato attraverso qualcosa di grande e crudele e che ne è uscito quasi indenne.
Ci penso quando risento qualcuno di quelli che come me è rimasto un anno. sono tutti felici di mangiare, bere, vivere e respirare. felici fino all'eccesso. per poi essere tristi, anche lì in maniera improvvisa, squarciante, come se mancasse un pezzo.
che sia la libertà o la forza dell'anticorpo che combatte il male e combattendolo si rafforza.

venerdì 31 luglio 2009

gente assurda

Mi si chiede se mi manca la Cina. No, non mi manca. Ancora.

Qui è estate, il cielo è aperto, la sera l'aria è fresca e invitante. Gli odori, specialmente nei posti un pò
fuorimano
sono attraenti, interessanti, naturali.
Gli ultimi giorni l'aria di Pechino era satura, inquinata. Come sempre, sia chiaro.
solo che ero stata nello Hunan con mio padre, in mezzo alla foresta, e poi sul fiume, e non ci sarei proprio voluta tornare nella grande metropoli.
Quando ci sono tornata mi sono accorta che sì, certo, mi ero affezionata. Un anno di avventure, emozioni(!!!), vai e vieni, problemi, crescita. E aggiungeteci pure un'altra sfilza di sostantivi pertinenti, a me non va.
Un anno, ok. Un anno del tipo che alla fine, quando arrivi in Italia, dopo aver versato le due lacrimucce alla vista del vesuvio (e ok, questo vale solo per me, credo), ti chiedi: cosa è successo?
mi sembra di essere stata catapultata qui e alle domande postemi, non so rispondere.
So solo che gli ultimi giorni Pechino era ricoperta di grigio e non c'era nessuno. o quasi.
Manuela ed io non sapevamo bene che farcene di quel pugno di ore, da organizzare e impacchettare nella maniera più ordinata possibile. alla fine non ce ne siamo fatte nulla.
Il campus era vuoto, la mensa praticamente deserta.
Il dormitorio si era riempito di americani, nessun italiano ad invadere il solito bar. I camerieri tristi, privi di italiani caciaroni, già speravano nel settembre salvifico, che avrebbe riportato il gruppo di italiani, un gruppo tutto nuovo, fiducioso e titubante.
Non eravamo le uniche reduci, c'era anche Daniel, il cantante-bassista-autore del famoso gruppo Happy go Shop. Il nostro gruppo, in realtà. nemmeno poi così famoso.
Daniel che da ragazzo timido in sovrappeso, dopo un anno era diventato un ragazzo timido, in sovrappeso e ottimista. Siamo andati, l'ultima sera, a mangiare al giapponese all u can eat e dopo aver mangiato come porci siamo andati a farci un mohito.
dopo un paio di mohito(s), una freccetta rotta (meno male che non c'erano telecamere..), due partite a biliardino (meno male che quella pallina non mi ha preso,ci avrei rimesso un occhio), è iniziato lo spettacolo di baristi acrobati. fuoco, scintille, salti mortali di bottiglie piene d'alcol.
finale poco folkloristico ma assai impressionante.