Ieri è stato l'anniversario del mio sbarco a Pechino. E' passato un anno.
A volte ho dei flashback improvvisi e ci rimango malissimo a tornare coi piedi per terra. Perchè?
In ogni caso tanti auguri a chi sbarcò con me, a chi ha affrontato sei mesi, o un anno, in terra lontana.
Spero che un giorno ci rivedremo, di nuovo lì. Che se no non è la stessa cosa.
giovedì 3 settembre 2009
martedì 11 agosto 2009
noi, i reduci ridicoli
Il giorno prima di partire sono andata a trovare gli ultimi rimasti per i saluti. Non c'era solo Daniel,sono stata piuttosto imprecisanel post precedente , c'erano anche un nugolo di ragazze, conoscenti più o meno intime, che sarebbero partite poco dopo di noi e con cui avevamo condiviso gioie ma soprattutto fastidi.
In particolare un gruppetto di tre ragazze che, arrivate tre mesi prima della fine, fresche e pimpanti, con la loro allegria, leggerezza e voglia di fare avevano sconvolto il nostro stanco e sfibrato gruppo di giovani vecchi. Nel bene e nel male.
Queste tre le chiameremo amichevolmente M, F e C.
Delle tre io, personalmente, conoscevo un pò meglio solo M, per vie più o meno indirette. Ci eravamo trovate per caso a parlare di letteratura ed è stato come riscoprire qualcosa che avevo buttato in uno sgabuzzino, troppo impegnata a tagliare liane con il mio machete e ad affrontare orribili mostri dagli occhi a mandorla.
Insomma, si è parlato un pò di quello di cui mi è sempre piaciuto parlare, e la cosa mi ha fatto piacere particolarmente M, che prima di allora era soltanto una dei milioni di figuranti della commedia pechinese.
in breve, le avevo affidato un compito importante e dovevo consegnarle delle carte. Ovviamente, dovevo anche salutare le tre ragazze, erano sempre state molto gentili ed affettuose, perfino con me.
Ma quello che volevo dire era che ci trovavamo a tavola e loro come sempre ribadivano con gli occhi e con la pelle quanto quei tre mesi non fossero bastati per viversi tutto come avrebbero voluto, e quanti viaggi avrebbero ancora fatto, per la Cina, se fossero potute rimanere. Io le guardavo materna.
Appena tornata da un viaggio sfibrante e magnifico nel sud, che mi aveva fatto scoprire( o riscoprire) una cina che pechino e le sue vicissitudini mi avevano fatto dimenticare anche solo di aver mai immaginato. Ero sull'orlo della fuga, avevo impacchettato tutto, detto addio a tutti, e a quelli che invece avevo lasciato dietro in Italia avevo promesso un ritorno atteso, pieno di affetto e calore. Avevo bisogno di tutto questo, era la mia pelle, brutta e cattiva, ad urlarlo.
Ma comunque le guardavo pensando che ero stata anche io così, dopo tre mesi. ed avevo anche passato i sei mesi, allo scadere del quali tre quarti della compagnia era tornata a casa e io e manuela invece avremmo affrontato altri lunghi mesi grigi. e non ci sopportavamo nemmeno.
dopo sei mesi torni a casa e ti penti di essere stata solo sei mesi.
dopo un anno ti senti come un reduce. un reduce ridicolo che sa che d'inverno ci si cura col miele e con quelle palle d'erba e quegli sciroppi amari. E sa che l'autunno è la stagione migliore, che la primavera dura poco ed è piena di simpatici pulviscoli saltellanti. Il reduce aspetta l'estate perchè vuole il sole, ma il sole non lo vedrà mai.
Chi ha letto questo blog sa più o meno cosa può succedere durante un anno, ma ovviamente non è solo questo. Mi viene da pensare alla voce con cui ho spiegato alle ragazze come ognuno di noi, da febbraio in poi, si sia beccato almeno una malattia d'ospedale. Per non parlare di infezioni, piccoli fastidi.
cose che ti fanno tornare almeno tre chili più pesante (come quasi tutti) o scheletrico (come me) e che ti fanno sentire come uno che è passato attraverso qualcosa di grande e crudele e che ne è uscito quasi indenne.
Ci penso quando risento qualcuno di quelli che come me è rimasto un anno. sono tutti felici di mangiare, bere, vivere e respirare. felici fino all'eccesso. per poi essere tristi, anche lì in maniera improvvisa, squarciante, come se mancasse un pezzo.
che sia la libertà o la forza dell'anticorpo che combatte il male e combattendolo si rafforza.
In particolare un gruppetto di tre ragazze che, arrivate tre mesi prima della fine, fresche e pimpanti, con la loro allegria, leggerezza e voglia di fare avevano sconvolto il nostro stanco e sfibrato gruppo di giovani vecchi. Nel bene e nel male.
Queste tre le chiameremo amichevolmente M, F e C.
Delle tre io, personalmente, conoscevo un pò meglio solo M, per vie più o meno indirette. Ci eravamo trovate per caso a parlare di letteratura ed è stato come riscoprire qualcosa che avevo buttato in uno sgabuzzino, troppo impegnata a tagliare liane con il mio machete e ad affrontare orribili mostri dagli occhi a mandorla.
Insomma, si è parlato un pò di quello di cui mi è sempre piaciuto parlare, e la cosa mi ha fatto piacere particolarmente M, che prima di allora era soltanto una dei milioni di figuranti della commedia pechinese.
in breve, le avevo affidato un compito importante e dovevo consegnarle delle carte. Ovviamente, dovevo anche salutare le tre ragazze, erano sempre state molto gentili ed affettuose, perfino con me.
Ma quello che volevo dire era che ci trovavamo a tavola e loro come sempre ribadivano con gli occhi e con la pelle quanto quei tre mesi non fossero bastati per viversi tutto come avrebbero voluto, e quanti viaggi avrebbero ancora fatto, per la Cina, se fossero potute rimanere. Io le guardavo materna.
Appena tornata da un viaggio sfibrante e magnifico nel sud, che mi aveva fatto scoprire( o riscoprire) una cina che pechino e le sue vicissitudini mi avevano fatto dimenticare anche solo di aver mai immaginato. Ero sull'orlo della fuga, avevo impacchettato tutto, detto addio a tutti, e a quelli che invece avevo lasciato dietro in Italia avevo promesso un ritorno atteso, pieno di affetto e calore. Avevo bisogno di tutto questo, era la mia pelle, brutta e cattiva, ad urlarlo.
Ma comunque le guardavo pensando che ero stata anche io così, dopo tre mesi. ed avevo anche passato i sei mesi, allo scadere del quali tre quarti della compagnia era tornata a casa e io e manuela invece avremmo affrontato altri lunghi mesi grigi. e non ci sopportavamo nemmeno.
dopo sei mesi torni a casa e ti penti di essere stata solo sei mesi.
dopo un anno ti senti come un reduce. un reduce ridicolo che sa che d'inverno ci si cura col miele e con quelle palle d'erba e quegli sciroppi amari. E sa che l'autunno è la stagione migliore, che la primavera dura poco ed è piena di simpatici pulviscoli saltellanti. Il reduce aspetta l'estate perchè vuole il sole, ma il sole non lo vedrà mai.
Chi ha letto questo blog sa più o meno cosa può succedere durante un anno, ma ovviamente non è solo questo. Mi viene da pensare alla voce con cui ho spiegato alle ragazze come ognuno di noi, da febbraio in poi, si sia beccato almeno una malattia d'ospedale. Per non parlare di infezioni, piccoli fastidi.
cose che ti fanno tornare almeno tre chili più pesante (come quasi tutti) o scheletrico (come me) e che ti fanno sentire come uno che è passato attraverso qualcosa di grande e crudele e che ne è uscito quasi indenne.
Ci penso quando risento qualcuno di quelli che come me è rimasto un anno. sono tutti felici di mangiare, bere, vivere e respirare. felici fino all'eccesso. per poi essere tristi, anche lì in maniera improvvisa, squarciante, come se mancasse un pezzo.
che sia la libertà o la forza dell'anticorpo che combatte il male e combattendolo si rafforza.
venerdì 31 luglio 2009
gente assurda
Mi si chiede se mi manca la Cina. No, non mi manca. Ancora.
Qui è estate, il cielo è aperto, la sera l'aria è fresca e invitante. Gli odori, specialmente nei posti un pò
fuorimano
sono attraenti, interessanti, naturali.
Gli ultimi giorni l'aria di Pechino era satura, inquinata. Come sempre, sia chiaro.
solo che ero stata nello Hunan con mio padre, in mezzo alla foresta, e poi sul fiume, e non ci sarei proprio voluta tornare nella grande metropoli.
Quando ci sono tornata mi sono accorta che sì, certo, mi ero affezionata. Un anno di avventure, emozioni(!!!), vai e vieni, problemi, crescita. E aggiungeteci pure un'altra sfilza di sostantivi pertinenti, a me non va.
Un anno, ok. Un anno del tipo che alla fine, quando arrivi in Italia, dopo aver versato le due lacrimucce alla vista del vesuvio (e ok, questo vale solo per me, credo), ti chiedi: cosa è successo?
mi sembra di essere stata catapultata qui e alle domande postemi, non so rispondere.
So solo che gli ultimi giorni Pechino era ricoperta di grigio e non c'era nessuno. o quasi.
Manuela ed io non sapevamo bene che farcene di quel pugno di ore, da organizzare e impacchettare nella maniera più ordinata possibile. alla fine non ce ne siamo fatte nulla.
Il campus era vuoto, la mensa praticamente deserta.
Il dormitorio si era riempito di americani, nessun italiano ad invadere il solito bar. I camerieri tristi, privi di italiani caciaroni, già speravano nel settembre salvifico, che avrebbe riportato il gruppo di italiani, un gruppo tutto nuovo, fiducioso e titubante.
Non eravamo le uniche reduci, c'era anche Daniel, il cantante-bassista-autore del famoso gruppo Happy go Shop. Il nostro gruppo, in realtà. nemmeno poi così famoso.
Daniel che da ragazzo timido in sovrappeso, dopo un anno era diventato un ragazzo timido, in sovrappeso e ottimista. Siamo andati, l'ultima sera, a mangiare al giapponese all u can eat e dopo aver mangiato come porci siamo andati a farci un mohito.
dopo un paio di mohito(s), una freccetta rotta (meno male che non c'erano telecamere..), due partite a biliardino (meno male che quella pallina non mi ha preso,ci avrei rimesso un occhio), è iniziato lo spettacolo di baristi acrobati. fuoco, scintille, salti mortali di bottiglie piene d'alcol.
finale poco folkloristico ma assai impressionante.
Qui è estate, il cielo è aperto, la sera l'aria è fresca e invitante. Gli odori, specialmente nei posti un pò
fuorimano
sono attraenti, interessanti, naturali.
Gli ultimi giorni l'aria di Pechino era satura, inquinata. Come sempre, sia chiaro.
solo che ero stata nello Hunan con mio padre, in mezzo alla foresta, e poi sul fiume, e non ci sarei proprio voluta tornare nella grande metropoli.
Quando ci sono tornata mi sono accorta che sì, certo, mi ero affezionata. Un anno di avventure, emozioni(!!!), vai e vieni, problemi, crescita. E aggiungeteci pure un'altra sfilza di sostantivi pertinenti, a me non va.
Un anno, ok. Un anno del tipo che alla fine, quando arrivi in Italia, dopo aver versato le due lacrimucce alla vista del vesuvio (e ok, questo vale solo per me, credo), ti chiedi: cosa è successo?
mi sembra di essere stata catapultata qui e alle domande postemi, non so rispondere.
So solo che gli ultimi giorni Pechino era ricoperta di grigio e non c'era nessuno. o quasi.
Manuela ed io non sapevamo bene che farcene di quel pugno di ore, da organizzare e impacchettare nella maniera più ordinata possibile. alla fine non ce ne siamo fatte nulla.
Il campus era vuoto, la mensa praticamente deserta.
Il dormitorio si era riempito di americani, nessun italiano ad invadere il solito bar. I camerieri tristi, privi di italiani caciaroni, già speravano nel settembre salvifico, che avrebbe riportato il gruppo di italiani, un gruppo tutto nuovo, fiducioso e titubante.
Non eravamo le uniche reduci, c'era anche Daniel, il cantante-bassista-autore del famoso gruppo Happy go Shop. Il nostro gruppo, in realtà. nemmeno poi così famoso.
Daniel che da ragazzo timido in sovrappeso, dopo un anno era diventato un ragazzo timido, in sovrappeso e ottimista. Siamo andati, l'ultima sera, a mangiare al giapponese all u can eat e dopo aver mangiato come porci siamo andati a farci un mohito.
dopo un paio di mohito(s), una freccetta rotta (meno male che non c'erano telecamere..), due partite a biliardino (meno male che quella pallina non mi ha preso,ci avrei rimesso un occhio), è iniziato lo spettacolo di baristi acrobati. fuoco, scintille, salti mortali di bottiglie piene d'alcol.
finale poco folkloristico ma assai impressionante.
martedì 23 giugno 2009
la mia vita si divide allegramente tra casa, scuola, ristoranti e spaccio.
Oggi la tipa dello spaccio mi ha fatta innervosire pi˘ del solito, ma ho glissato elegantemente.
c'Ë una nebbia che non si vede a un palmo dal naso, direbbero gli antichi e io volevo solo comprare una bottiglia
d'acqua.
Lo spaccio era vuoto ed io avevo la mia bottiglia in braccio. piu che una bottiglia Ë una tanica, comunque.
non c'era un'anima viva a parte due ragazzi, uno cinese e uno uzbeko (ormai ho il radar per gli uzbeki..sar‡ che vivo
con un fantasma uzbeko), alle prese con numeri di telefono e grasse risate, e poi la solita cassiera stronza.
mentre arrivo alla cassa, sopraggiunge un bel coreano che ruba l'attenzione dell'orrido mostro dal ghigno malefico,
che improvvisamente diventa una malleabile e amabile pulzella pronta a offrire il suo aiuto. il giovane
le chiede di aiutarla con il suo telefono perchË ancora non sa come farsi la ricarica.
ricordo ancora la prima volta che mi recai a comprare una ricarica.
le chiesi di darmene una e lei per poco non me la buttÚ in faccia. poi le chiesi se sapeva il numero che dovevo chiamare,
con un grugnito mi rispose che dovevo dirle il mio gestore di telefonia. all'epoca non sapevo nemmeno
ripetere il mio nome ad alta voce. le feci vedere il mio numero, ma non le bastÚ, mi cacciÚ in malo modo.
vederla cosÏ gentile e disponibile con quel ragazzo, mi ha ricordato di quando fece pagare le birre 2.50 kuai a Ian e Jass,
mentre a Manuela e Martina le aveva fatte pagare 6. Non ci potevo credere, all'epoca.
ma c'era una spiegazione: le birre da 2.50 kuai sono false, sono quelle riempite nuovamente, quelle riciclate.
da qualche parte ci sar‡ una sorgente di birra, la immagino sgorgare dal sottosuolo, e deve essere dannatamente nociva.
In ogni caso
io dovevo pagare la mia acqua, questione di due secondi, lo spaccio era vuoto
ma lei no, mi aveva visto, mi aveva lanciato un'occhiata mortale e mi stava deliberatamente ignorando.
Io ho conservato la classe che mi contraddistingue e sono andata a posare l'acqua. era una sfida. il ragazzo dello spaccio
Ë improvvisamente comparso da dietro una scaffaltura, si Ë scusato e mi ha fatto pagare.
uscendo le ho lanciato un occhiata mortale, lei era ancora alle prese con la ricarica.
alla prossima.
Oggi la tipa dello spaccio mi ha fatta innervosire pi˘ del solito, ma ho glissato elegantemente.
c'Ë una nebbia che non si vede a un palmo dal naso, direbbero gli antichi e io volevo solo comprare una bottiglia
d'acqua.
Lo spaccio era vuoto ed io avevo la mia bottiglia in braccio. piu che una bottiglia Ë una tanica, comunque.
non c'era un'anima viva a parte due ragazzi, uno cinese e uno uzbeko (ormai ho il radar per gli uzbeki..sar‡ che vivo
con un fantasma uzbeko), alle prese con numeri di telefono e grasse risate, e poi la solita cassiera stronza.
mentre arrivo alla cassa, sopraggiunge un bel coreano che ruba l'attenzione dell'orrido mostro dal ghigno malefico,
che improvvisamente diventa una malleabile e amabile pulzella pronta a offrire il suo aiuto. il giovane
le chiede di aiutarla con il suo telefono perchË ancora non sa come farsi la ricarica.
ricordo ancora la prima volta che mi recai a comprare una ricarica.
le chiesi di darmene una e lei per poco non me la buttÚ in faccia. poi le chiesi se sapeva il numero che dovevo chiamare,
con un grugnito mi rispose che dovevo dirle il mio gestore di telefonia. all'epoca non sapevo nemmeno
ripetere il mio nome ad alta voce. le feci vedere il mio numero, ma non le bastÚ, mi cacciÚ in malo modo.
vederla cosÏ gentile e disponibile con quel ragazzo, mi ha ricordato di quando fece pagare le birre 2.50 kuai a Ian e Jass,
mentre a Manuela e Martina le aveva fatte pagare 6. Non ci potevo credere, all'epoca.
ma c'era una spiegazione: le birre da 2.50 kuai sono false, sono quelle riempite nuovamente, quelle riciclate.
da qualche parte ci sar‡ una sorgente di birra, la immagino sgorgare dal sottosuolo, e deve essere dannatamente nociva.
In ogni caso
io dovevo pagare la mia acqua, questione di due secondi, lo spaccio era vuoto
ma lei no, mi aveva visto, mi aveva lanciato un'occhiata mortale e mi stava deliberatamente ignorando.
Io ho conservato la classe che mi contraddistingue e sono andata a posare l'acqua. era una sfida. il ragazzo dello spaccio
Ë improvvisamente comparso da dietro una scaffaltura, si Ë scusato e mi ha fatto pagare.
uscendo le ho lanciato un occhiata mortale, lei era ancora alle prese con la ricarica.
alla prossima.
mercoledì 17 giugno 2009
altro post frega-censura
Mangiavo una banana.
Ho scoperto che hanno chiuso il fruttivendolo dove per un anno ho comprato pomodori, melanzane, zucchine e uova.
quello con il pezzo di carne schiaffato sul tavolo, per intenderci.
Era costoso, era ladro, ma era umido e mi ci ero affezionata.
Ecco che Ë sparito e sono costretta, per comprare un paio di pomodori, a recarmi allo spaccio, che Ë un posto che detesto.
non solo perchË Ë veramente costoso, ma soprattutto perchË la cassiera, che noi amichevolmente chiamiamo "la stronza",
Ë una ragazza davvero poco simpatica. Non ho nulla da ridire sulla sua permanente, che per carit‡, ma ho davvero da dire
sulla sua espressione costantemente infastidita e sul suo sarcasmo mal riuscito.
Potrei narrare pi˘ di un episodio in cui l'avrei volentieri strozzata col filo del telefono a cui Ë perennemente attaccata,
ma sfortunatamente per il vicinato non mi sono presa la responsabilit‡ della sua morte.
Una cosa che devo fare prima di andarmene: dire alla stronza che Ë una stronza.
In ogni caso mangiavo una banana, quando vidi i due merli, nelle loro gabbie, fissarmi.
Mi sono avvicinata e loro mi seguivano con lo sguardo. chi aveva appeso lì quei due merli? uno dei due mi gracchiò,
per darmi il benvenuto. o per cacciarmi.
ma io ero davvero incuriosita, per cui credo di essere rimasta lì una decina di minuti a fare versi.
poi ho provato a dare a ciascuno un pezzo di banana, ma quei due uccelli erano particolarmente stupidi,
se la sono fatti cadere dal becco e ho dovuto aiutarli a recuperarli almeno tre volte, poi mi sono stancata.
e che diamine. stupidi uccelli.
In ogni caso se c'è una cosa che mi è mancata è il contatto con gli animali.
a questo proposito ricordo un bellissimo incontro di qualche giorno fa, col gatto del parco.
giravo senza meta, indossavo il mio ormai famoso cappello alla micheal jackson, piovigginava ed ero triste.
ad un tratto lo vedo venirmi incontro, grasso e sporco. si ferma davanti a me.
non c'era nessuno, solo il silenzio e la pioggia. Mi fa miao, io mi accovaccio. non ho nulla da mangiare, allora
lui semplicemente mi si siede accanto. siamo rimasti così, immobili, vicini, ma senza toccarci e guardarci.
sentivo la sua presenza, forse addirittura il calore del suo pelo, ma nient'altro.
sono stata io ad alzarmi, avevo un crampo. lui mi ha seguito per un pò, poi è scomparso in un cespuglio.
Ho scoperto che hanno chiuso il fruttivendolo dove per un anno ho comprato pomodori, melanzane, zucchine e uova.
quello con il pezzo di carne schiaffato sul tavolo, per intenderci.
Era costoso, era ladro, ma era umido e mi ci ero affezionata.
Ecco che Ë sparito e sono costretta, per comprare un paio di pomodori, a recarmi allo spaccio, che Ë un posto che detesto.
non solo perchË Ë veramente costoso, ma soprattutto perchË la cassiera, che noi amichevolmente chiamiamo "la stronza",
Ë una ragazza davvero poco simpatica. Non ho nulla da ridire sulla sua permanente, che per carit‡, ma ho davvero da dire
sulla sua espressione costantemente infastidita e sul suo sarcasmo mal riuscito.
Potrei narrare pi˘ di un episodio in cui l'avrei volentieri strozzata col filo del telefono a cui Ë perennemente attaccata,
ma sfortunatamente per il vicinato non mi sono presa la responsabilit‡ della sua morte.
Una cosa che devo fare prima di andarmene: dire alla stronza che Ë una stronza.
In ogni caso mangiavo una banana, quando vidi i due merli, nelle loro gabbie, fissarmi.
Mi sono avvicinata e loro mi seguivano con lo sguardo. chi aveva appeso lì quei due merli? uno dei due mi gracchiò,
per darmi il benvenuto. o per cacciarmi.
ma io ero davvero incuriosita, per cui credo di essere rimasta lì una decina di minuti a fare versi.
poi ho provato a dare a ciascuno un pezzo di banana, ma quei due uccelli erano particolarmente stupidi,
se la sono fatti cadere dal becco e ho dovuto aiutarli a recuperarli almeno tre volte, poi mi sono stancata.
e che diamine. stupidi uccelli.
In ogni caso se c'è una cosa che mi è mancata è il contatto con gli animali.
a questo proposito ricordo un bellissimo incontro di qualche giorno fa, col gatto del parco.
giravo senza meta, indossavo il mio ormai famoso cappello alla micheal jackson, piovigginava ed ero triste.
ad un tratto lo vedo venirmi incontro, grasso e sporco. si ferma davanti a me.
non c'era nessuno, solo il silenzio e la pioggia. Mi fa miao, io mi accovaccio. non ho nulla da mangiare, allora
lui semplicemente mi si siede accanto. siamo rimasti così, immobili, vicini, ma senza toccarci e guardarci.
sentivo la sua presenza, forse addirittura il calore del suo pelo, ma nient'altro.
sono stata io ad alzarmi, avevo un crampo. lui mi ha seguito per un pò, poi è scomparso in un cespuglio.
venerdì 5 giugno 2009
post censurato con escamotage
nonostante la censura, ecco che pubblico ancora, con un escamotage.
in realt‡ non ricordo nemmeno dove sono finita, in Mongolia.
Diciamo che per ora aprirÚ una parentesi e con una prolessi, per dirla tecnicamente, canterÚ dell'arrivo di mia madre a Pechino.
laddove madre Ë un termine comprensivo di Antonio, Carlomanzo e Mimmino.
Gi‡ a dirla cosÏ sembra una puntata dei Simpson.
Come era gi‡ stato previsto, la mia mamma ha sconvolto la Cina. O meglio, credo che abbia sconvolto gran parte dei cinesi che si sono ritrovati sul suo cammino. Il che per loro in realt‡ non Ë stato nemmeno un male dato che lasciavano mance ad ogni piË sospinto, guardandosi attorno e chiedendosi l'un l'altro se fosse il caso di lasciare mance.
ma cominciamo dal principio, che non Ë il loro arrivo a Pechino, ma il loro approdo a Shanghai, di cui potremmo mostrare almeno un migliaio di diapositive, ma non lo faremo.
La quotidianit‡ Shanghaiese si svolgeva tra ristoranti di lusso e grattacieli, prezzi stratosferici e vita da gran signori.
Arrivati qui a Pechino purtroppo i livelli si sono dovuti abbassare e non poco.
A vedere la stanza che avevo prenotato per loro, che pure non era male, un moto di disgusto li ha costretti a prendere una stanza "un pÚ meglio", o che almeno non odorasse di muffa. Quanti vizi questi shanghaiesi.
La vita pechinese si Ë svolta tra templi, giardini, piazze, e KFC, meglio conosciuto come JFK.
l'ottanta percento del tempo perÚ, credo di poter affermare in maniera piuttosto verosimile, si Ë svolto nei taxi "che tanto costano poco", e quindi giammai una metro, se non una volta. ma rischiando di svenire dallo sforzo.
e meno male che mia madre s'era tanto raccomandata che voleva un albergo vicino alla metro, ma credo pi˘ per fare scena che per altro.
le esperienze comuni sono state piuttosto culinarie. In effetti non ho avuto il coraggio e la pazienza di accompagnarli per i templi, i giardini, le piazze e i JFK. Mi sono limitata a scortarli per pranzi, cene e shopping, e sono spesso andata a trovarli in albergo, incrociando ogni volta una quantit‡ spropositata di neri, tutti provenienti dal Mali.
e qui aprirei un'interessante parentesi sui pranzi e le cene, dato che non mi Ë assolutamente possibile aprirla sul Mali.
Forse alcuni sosterranno che la mia guida Ë stata inutile, ma io ovviamente tirerÚ acqua al mio mulino sottolineando che, a parte l'erronea ordinazione del polmone di maiale da lanciare nell'hot pot, non Ë stata colpa mia!
per esempio, le frattaglie di pollo chi le ha ordinate?
invece devo dire che al giapponese sono stata artefice della nascita di un amore tra mimmino e il sushi, cosa di cui potrÚ andare fiera per il resto dei miei giorni.
Vado un pÚ meno fiera perÚ dell'amore nato tra mia madre e l'anguilla, ma questa Ë un'altra storia.
ma che dire dello splendido gesto di rottura fra mimmino e il bicchiere? un litigio che ci (gli) costÚ carissimo, ben 5 euro.
e che dire dell'errore mai volontario di carlomanzo che cancellÚ tutte le MERAVIGLIOSE e oserei dire STORICAMENTE INDISPENSABILI fotografie dalla scheda della macchina fotografica?
e i maledetti tassisti che fingevano di non capire, di essere sordi, di avere disturbi maniaco-depressivi pur di non portarci a casa mia?
per quanto riguarda gli acquisti, mi stanco solo al pensiero di mia madre, eterna indecisa, che girava come un cane cieco, in direzione di un fantomatico regalo per la qualunque.
siamo arrivati a un punto che mentre si discuteva il prezzo di una camicia lei fosse gi‡ tre negozi pi˘ avanti a chiedersi se forse fosse giusto regalare una camicia e non un copricuscino e un piatto.
se fosse stato per lei avremmo dovuto montare una tenda lÏ e accendere un fuoco da alimentare con bacchette e pennelli. ma ci scommetto che nemmeno quelli fossero di legno.
a suon di insulti siamo perÚ riusciti a sbrigarcela, con antonio che parlava ai cinesi in perfetto napoletano e quelli, ovviamente, capivano.
Mia madre Ë riuscita poi, in corner, a comprare per se stessa due paia di scarpe. Antonio, invece, un cappello da uomo misterioso e un pÚ vecchio (ricorderÚ a questo punto che la mia amica Manuela gli dette del lei, dopo aver dato del tu a chiunque, perfino a mia madre).
il mio compleanno ha visto carlomanzo arrendersi ad una malattia immaginaria, detta anche pigrite, e i poveri mamma antonio e mimmino sotto le fatiche di una casa che era un cumulo di polvere e bottiglie.
per una serata Ë addirittura sembrata una casa di gente civile.
insomma, ne sono successe di cose, in quel di Pechino, che seppur non lussuosa e ricca come Shanghai, ha offerto alla piccola rappresentanza della motorizzazione uno scorcio di accogliente Cina.
a meno che carlo e mimmino non decidano per la separazione consensuale, siete e sarete sempre i benvenuti!
in realt‡ non ricordo nemmeno dove sono finita, in Mongolia.
Diciamo che per ora aprirÚ una parentesi e con una prolessi, per dirla tecnicamente, canterÚ dell'arrivo di mia madre a Pechino.
laddove madre Ë un termine comprensivo di Antonio, Carlomanzo e Mimmino.
Gi‡ a dirla cosÏ sembra una puntata dei Simpson.
Come era gi‡ stato previsto, la mia mamma ha sconvolto la Cina. O meglio, credo che abbia sconvolto gran parte dei cinesi che si sono ritrovati sul suo cammino. Il che per loro in realt‡ non Ë stato nemmeno un male dato che lasciavano mance ad ogni piË sospinto, guardandosi attorno e chiedendosi l'un l'altro se fosse il caso di lasciare mance.
ma cominciamo dal principio, che non Ë il loro arrivo a Pechino, ma il loro approdo a Shanghai, di cui potremmo mostrare almeno un migliaio di diapositive, ma non lo faremo.
La quotidianit‡ Shanghaiese si svolgeva tra ristoranti di lusso e grattacieli, prezzi stratosferici e vita da gran signori.
Arrivati qui a Pechino purtroppo i livelli si sono dovuti abbassare e non poco.
A vedere la stanza che avevo prenotato per loro, che pure non era male, un moto di disgusto li ha costretti a prendere una stanza "un pÚ meglio", o che almeno non odorasse di muffa. Quanti vizi questi shanghaiesi.
La vita pechinese si Ë svolta tra templi, giardini, piazze, e KFC, meglio conosciuto come JFK.
l'ottanta percento del tempo perÚ, credo di poter affermare in maniera piuttosto verosimile, si Ë svolto nei taxi "che tanto costano poco", e quindi giammai una metro, se non una volta. ma rischiando di svenire dallo sforzo.
e meno male che mia madre s'era tanto raccomandata che voleva un albergo vicino alla metro, ma credo pi˘ per fare scena che per altro.
le esperienze comuni sono state piuttosto culinarie. In effetti non ho avuto il coraggio e la pazienza di accompagnarli per i templi, i giardini, le piazze e i JFK. Mi sono limitata a scortarli per pranzi, cene e shopping, e sono spesso andata a trovarli in albergo, incrociando ogni volta una quantit‡ spropositata di neri, tutti provenienti dal Mali.
e qui aprirei un'interessante parentesi sui pranzi e le cene, dato che non mi Ë assolutamente possibile aprirla sul Mali.
Forse alcuni sosterranno che la mia guida Ë stata inutile, ma io ovviamente tirerÚ acqua al mio mulino sottolineando che, a parte l'erronea ordinazione del polmone di maiale da lanciare nell'hot pot, non Ë stata colpa mia!
per esempio, le frattaglie di pollo chi le ha ordinate?
invece devo dire che al giapponese sono stata artefice della nascita di un amore tra mimmino e il sushi, cosa di cui potrÚ andare fiera per il resto dei miei giorni.
Vado un pÚ meno fiera perÚ dell'amore nato tra mia madre e l'anguilla, ma questa Ë un'altra storia.
ma che dire dello splendido gesto di rottura fra mimmino e il bicchiere? un litigio che ci (gli) costÚ carissimo, ben 5 euro.
e che dire dell'errore mai volontario di carlomanzo che cancellÚ tutte le MERAVIGLIOSE e oserei dire STORICAMENTE INDISPENSABILI fotografie dalla scheda della macchina fotografica?
e i maledetti tassisti che fingevano di non capire, di essere sordi, di avere disturbi maniaco-depressivi pur di non portarci a casa mia?
per quanto riguarda gli acquisti, mi stanco solo al pensiero di mia madre, eterna indecisa, che girava come un cane cieco, in direzione di un fantomatico regalo per la qualunque.
siamo arrivati a un punto che mentre si discuteva il prezzo di una camicia lei fosse gi‡ tre negozi pi˘ avanti a chiedersi se forse fosse giusto regalare una camicia e non un copricuscino e un piatto.
se fosse stato per lei avremmo dovuto montare una tenda lÏ e accendere un fuoco da alimentare con bacchette e pennelli. ma ci scommetto che nemmeno quelli fossero di legno.
a suon di insulti siamo perÚ riusciti a sbrigarcela, con antonio che parlava ai cinesi in perfetto napoletano e quelli, ovviamente, capivano.
Mia madre Ë riuscita poi, in corner, a comprare per se stessa due paia di scarpe. Antonio, invece, un cappello da uomo misterioso e un pÚ vecchio (ricorderÚ a questo punto che la mia amica Manuela gli dette del lei, dopo aver dato del tu a chiunque, perfino a mia madre).
il mio compleanno ha visto carlomanzo arrendersi ad una malattia immaginaria, detta anche pigrite, e i poveri mamma antonio e mimmino sotto le fatiche di una casa che era un cumulo di polvere e bottiglie.
per una serata Ë addirittura sembrata una casa di gente civile.
insomma, ne sono successe di cose, in quel di Pechino, che seppur non lussuosa e ricca come Shanghai, ha offerto alla piccola rappresentanza della motorizzazione uno scorcio di accogliente Cina.
a meno che carlo e mimmino non decidano per la separazione consensuale, siete e sarete sempre i benvenuti!
giovedì 4 giugno 2009
VENTENNALE FANTASMA
in qualche modo sfuggo alla censura per commemorare questo giorno e dire:
sì, hanno vinto. non solo li hanno uccisi, hanno anche fatto dimenticare.
il professore oggi in classe ci ha detto che lui 20 anni fa c'era, in piazza. All'epoca protestava, ma ora ha capito che invece Deng xiaoping aveva ragione e ha avuto ragione a reprimere tutto, anche a costo di versare sangue, perchè lui ci aveva visto lungo e la Cina, se non fosse stata per quell'evento, ora non sarebbe così.magari sarebbe meglio, pensavamo tutti.ma nessuno ha detto nientecosa vuoi dire a un 40 che ha fatto una fine del genere?e a tutti quelli che hanno preferito dimenticare.
La mia language partner mi ha chiesto di raccontarle quello che è successo 20 anni fa, perchè loro non ne sanno nulla. ci proverò, ma temo di ferirla.
oggi, a tiananmen, non c'era nessuno.solo uno, un piccolo cinese con una maglietta bianca su cui erano scritti due ideogrammiche tradotti significano pressappoco
dimenticato
sì, hanno vinto. non solo li hanno uccisi, hanno anche fatto dimenticare.
il professore oggi in classe ci ha detto che lui 20 anni fa c'era, in piazza. All'epoca protestava, ma ora ha capito che invece Deng xiaoping aveva ragione e ha avuto ragione a reprimere tutto, anche a costo di versare sangue, perchè lui ci aveva visto lungo e la Cina, se non fosse stata per quell'evento, ora non sarebbe così.magari sarebbe meglio, pensavamo tutti.ma nessuno ha detto nientecosa vuoi dire a un 40 che ha fatto una fine del genere?e a tutti quelli che hanno preferito dimenticare.
La mia language partner mi ha chiesto di raccontarle quello che è successo 20 anni fa, perchè loro non ne sanno nulla. ci proverò, ma temo di ferirla.
oggi, a tiananmen, non c'era nessuno.solo uno, un piccolo cinese con una maglietta bianca su cui erano scritti due ideogrammiche tradotti significano pressappoco
dimenticato
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