giovedì 23 settembre 2010

Nuovo blog

Causa censura, apro l'ennesimo blog.

cellrdoor.wordpress.com

domenica 5 settembre 2010

A momenti


ma io lascio che le cose passino e mi sfiorino, perchè non sono ancora in grado di comprenderle

Paolo Benvegnù

Ma si può sapere che ci faccio ancora qui? Ma si può sapere perchè vado via?

Qual è la verità sulla mia fuga? Che non è una fuga, lo è solo in parte. E' una proposta che non potevo proprio rifiutare, ma sono io che mi sono messa in condizioni tali da non poterla rifiutare, probabilmente.

Perchè appartengo ad un luogo lontano da qui. Non necessariamente la Cina, non mi immagino in quella terra a metter radici. E' una terra troppo argillosa, che frana troppo facilmente, che si espande e si ritira in maniera bizzarra.

Perchè non appartengo affatto ad un luogo lontano da qui, perchè sono cresciuta a pane e pomodoro e perchè non sono affatto un tipo così aperto e cosmopolita. Ma mi piacerebbe diventarlo sul serio, mica solo tanto per dire.

domenica 29 agosto 2010

I Bar Alcolici, 酒吧

Pechino è la capitale, ma in quanto a locali non credo raggiunga l'apice dell'eleganza.



Sicuramente, nella zona più ricca, presso Sanlitun, ma non proprio a Sanlitun (nel quartiere di Chaoyang, se vi trovate a passare), si possono trovare locali talmente di classe da sentirsi storditi. Una volta sono stata in un paio di questi locali, luoghi mitici in cui i prezzi dei cocktail si avvicinavano paurosamente a quelli europei e i cui interni sembravano disegnati ed arredati da architetti ed artisti d'avanguardia. Sembrava, ed era così. Immagino che New York sia piena di roba del genere, ma non sono mai stata a NY.



Pechino ne ha solo qualcuno, che è comunque piuttosto accessibile, bisogna solo munirsi di tacchi e qualche vestito più decente e ci si confonde tranquillamente con i miliardari che si recano lì a passare le serate libere.



Si tratta però di oasi di pace, in mezzo ad un caos infernale.



A pochi passi da questi locali infatti, nel medesimo quartiere, ecco Sanlitun, caratterizzata da una lunga via sulla quale affacciano locali molto tristi ed infimi. Su questa via danno altrettante vie, viottoli, strade senza uscita, sui cui affacciano altri locali. Grandi, piccoli, illuminati, buii.

La prima volta mi diedero un senso di desolazione.
Eravamo un gruppetto, forse non era orario, di certo non era un weekend, e i locali erano praticamente vuoti, con le ballerine stanche che si muovevano sulle passerelle. Lente, svogliate, a ritmo di gruppetti di cinesi che cantavano in playback. Tutto questo accade anche nelle serate migliori, solo che le ballerine aumentano, i gruppetti di cinesi si riattivano come quei pupazzetti dopo che hai dato loro la carica dietro la schiena, e la gente trabocca. Alcool, fumo, cattivo odore nei piccoli locali.
I bar più grossi sono come enormi discoteche, divise in sale e salette, più o meno private. E, come nelle discoteche, capita di vederci di tutto.
Orde di persone, di tutte le nazionalità, che si muovono sfatte a ritmo di una musica di bassa qualità ma di effetto sicuro, dopo qualche super-alcolico.
Coreane distrutte sui pavimenti, dormono.
Mucchi di cinesi, che non reggono l'alcol, sbattono la testa sui tavoli, altri invece si dimenano su passerelle improvvisate. Ma le donne cinesi non hanno senso del ritmo e non sono capaci di ballare, sembrano delle paperelle che saltellano, che si sbattono in preda al terrore. RIpetono quello che hanno visto in tv, con poca riuscita, si esprimono in coreografie collaudate a casa, davanti allo specchio, magari in quattro di loro, provate per ore in prospettiva del weekend. Alla fine qualcuna riesce anche a rimorchiare un ragazzo biondo o un ragazzo nero, che in teoria sono quelli con la carta di credito, ma non so se sia poi questo il punto.

Una volta sono capitata davanti ad una saletta piccola, buia. Non ho guardato, ma ne è uscito fuori un ragazzo cinese, correndo, diretto ai bagni, col fare di uno che avrebbe vomitato a momenti. Aveva lasciato la porta aperta e dentro ci avevo visto un gruppo di ragazzi, con una montagna di bicchierini vuoti sparsi sul basso tavolino al centro della stanzetta. Tutti semisvenuti sui divani in pelle.

Queste cose succedono ovunque, sia chiaro.
Ma è possibile che non si possa trovare un pub?

sabato 28 agosto 2010

Il tempo per partire

..il tempo di lasciare, il tempo di abbracciare.
Ricchezza e fortuna, in pena e in povertà.
Nella gioia dell'amore, nel lutto e nel dolore.

Ovunque proteggi, la grazia del mio cuore

Vinicio Capossela, Ovunque proteggi


Questa partenza è piuttosto diversa. Per una serie di motivazioni esterne e per una serie di motivazioni interne.
Ne risparmierò l'elenco completo, ma accennerò a qualcosa.
Parto per scrivere la Tesi, motivo per cui mi è stata concessa la Borsa. Avrò bisogno di viaggiare e avrò bisogno di stare tranquilla.
Posso assicurare già da ora i soliti casini, intoppi, imprevisti (ci sarà da ridere, tranquilli), ma spero di poter garantire anche altro.

La mia meta è una città che si chiama Wuhan e che si trova al centro della Cina, per questo motivo mi sarà piuttosto facile muovermi. A meno che non mi costringano a frequentare corsi di Arte e Design, il che in teoria non sarebbe nemmeno male, se non avessi anche altro da fare..

per ora sono tranquilla, non ho paura, non sono eccitata come la prima volta che partivo per un anno alla volta di un paese di cui, oramai, conosco un bel pò di cose. La questione è molto più profonda, difficilmente descrivibile con le parole che in lingua italiana designano le emozioni. Le cose andranno, rotoleranno giù, le spingerò su quando ci saranno salite, mi ci poggerò quando sarò stanca.

sabato 29 maggio 2010

Siete pronti?

Fra un pò si ricomincia.

martedì 9 febbraio 2010

..

A volte mi sembra che qualcuno mi segua. Mi giro, ma non trovo niente.
Bevo il mio tè cinese e non vorrei sentirmi come una che fa le cose tanto per sperare di trovarci un ricordo piacevole dentro, ma lo sono.
Cerco di tenermi impegnata, le giornate si susseguono grigie, piovose, abbondanti di cibo e parole. In Cina tutto era silenzioso, ad un certo momento della giornata
Mi affacciavo alla finestra enorme, luminosissima e guardavo il tizio affacciato a torso nudo, con la sua sigaretta tra le dita, che come me fissava da qualche parte. La strada stracarica di macchine, biciclette, persone.
Calava la notte, senza nemmeno accorgersene, sputacchiava un pò di arancione qua e là, tra la nebbia e il gelo e l'afa e poi crollava giù, ricoprendosi di tante lucette ad intermittenza.
Quell'odore amaro di attesa, di successo, di cibo fritto.
La casa era un porcile, il frigo era vuoto. Mi lasciavo andare con una consapevolezza che mi sembrava saggia, potente: non mangiavo. QUando sentivo lo stomaco soffrire ero sconfitta dall'impossibilità di trovare qualcosa che non mi facesse male, allora provavo ad evitare di mangiare.
Poi mi riprendevo, non ci pensavo. Scendevo in strada e afferravo una patata dolce dal mucchio, uno sguardo di sfida alla tizia che soppesava la patata e poi mi diceva 3 kuai. Troppo, per una patata dolce, niente per le mie tasche, abbastanza per il mio stomaco schizzinoso.

Una gita al mercato di fronte casa, a vedere i vestiti coreani tanto alla moda, tutti uguali, che si capiva lontano un miglio che erano coreani ma erano FIGHISSIMI, quindi bisognava averne almeno uno. Con una mano in tasca a toccare i 100 kuai da dedicare allo shopping, con l'altra tastavo le stoffe, i tessuti, cercavo le taglie, la bocca sempre socchiusa in un sussurro o aperta in una protesta. Mi saltavano, mi chiamavano, si complimentavano, li odiavo per la loro ipocrisia.

Ora Sofia mi ha chiamata.
In CIna all'inizio mi faceva strano che fosse così espansiva, così vogliosa di stare con me. Una cinese fuori del comune, con un'energia e una vivacità imbarazzanti. Ci sentiamo ancora, è qua in Italia, a ROma,
Mi ha appena chiamata dicendomi che è tornata in Italia dopo un viaggio a Parigi e chevoleva avvisarmi perchè io sono la sua famiglia qui in Italia.

Quando ero lì non c'era famiglia. Quando i miei arrivarono, nemmeno c'era famiglia. C'era far vedere che me la sapevo cavare, che la Cina non era poi così incasinata come sembrava, avevo il peso della responsabilità di un intero paese ogni volta che gestivo una comunicazione per conto loro. E' stato stancante, forse era la stanchezza che mi tirava giù il più delle volte.
Il non capire, la ripetizione, la convinzione di essere troppo scema e piccola per tutto quanto.
Il ricambio continuo di persone, le delusioni, gli amori, la fine. Uno per uno, tipo battaglia navale, tutti giù fino a che non sono rimasta sola, nell'accezione più bella del termine.
Non avevo più bisogno di nessuno. Non ne avevo mai avuto bisogno.
Caduto il muro di angosce, ecco che la Cina era casa mia ed ecco che
voglio tornare a casa.

domenica 6 dicembre 2009

Quando c'era il sole

Di questi tempi
Arrivavo trafelata con la sciarpa che si incastrava nel manubrio e il cestino arruginito e cigolante ch mi sballonzolava sul davanti. Spesso frenavo all'ultimo, scansando d striscio gli ultimi coreani che correvano verso l'ingresso, poi parcheggiavo e mi aggiungevo anche io al mucchio delle sagome in attesa dell'ascensore. Ottavo piano di un palazzo enorme.
Ma era all'uscita, coi crampi allo stomaco per la fame, che il cielo sembrava aprisi in uno squarcio divno e il gelo ti pungeva la faccia.
Puntualmente il numero di bici parcheggiate era decuplicato e non trovavo mai il mio povero scassone.

sabato 28 novembre 2009

Le due Cine, le tre Cine, le mille e una Cina

Ultimamente se ne parla molto.

E per ultimamente non intendo questi ultimo cinque o sei anni (tutti hanno testimonianza dell'accrescersi esponeziale delle testimonianze, dei pareri sulla Cina, delle opinioni a riguardo della crisi e del futuro che ci attende), per ultimamente intendo questi ultimi venti anni.

Anche prima del grande boom, in Cina, come sempre, i dibattiti erano aspri e accesi, ma questo non è poi così importante perchè in Cina i dibattiti su qualsiasi cosa sono sempre stati aspri e accesi.

Più che altro è importante come all'Estero la visione della Cina sia cambiata in maniera così repentina e così singhiozzante da rimanerne stupiti.

Gli economisti la studiano da più di un secolo, ne hanno seguito evoluzioni e involuzioni, ma solo ultimamente, ovvero negli ultimi trent'anni, (e soprattutto in seguito all "incidente"di piazza Tiananmen) la curiosità verso questo paese così strano, lontano e contraddittorio, ha iniziato a divorare anche il più indifferente.

I sinologi, dall'alto della loro cultura millenaria, marcopoliana, matteoriccesca, si crogiolano e si beano nella diffusione del Verbo cinese, mentre infami insulsi falsari della comunicazione pullulano in televisione e diffondono la disinformazione, la calunnia, il vuoto.

Più che sostenere o no la Cina nelle sue azioni, trovo particolarmente interessante semplicemente seguire la Cina e le sue motivazioni.

Ultimamente, e per ultimamente stavolta intendo in questi ultimi mesi, leggendola in chiave storico-economica, molte cose mi sembrano più chiare e mi rendo conto di star sviluppando forse una doppia morale.

Osservando la bella Bjork cantare contro l'invasione del Tibet, mi incanto a riflettere sulla totale giustezza del punto di vista dell'innocente occidentale, libero da ogni peso storico, che giudica dall'alto un'azione chiaramente aberrante: i Cinesi che uccidono i tibetani, impediscono loro la salvaguardia della propria cultura, li fanno vivere in un clima di terrore, tipico, in un certo senso, di dittatura comunista (che noi detestiamo e, traumatizzati, ne proviamo inconscio terrore).

Non mi voglio inerpicare in un discorso più complesso di me, nonostante in parte lo abbia già fatto, ma spesso si dimenticano tutta una serie di fattori storici e culturali che hanno sempre ricondotto il Tibet alla Cina, ed altri fattori geopolitici che vorrebbero ricondurre il Tibet all'India che a sua volta è riconducibile agli Stati Uniti. Sto dicendo troppe cose, in maniera troppo confusa? Sto ponendo un quesito, seminando qualche ipotesi, probabilmente soltanto per guardare un'altra faccia di una medaglia che troppo spesso ignoriamo. O per dare alla situazione perlomeno il beneficio del dubbio.

Come per esempio il fatto che la Cina fino ad appunto trentanni fa sprofondava nella più tremena povertà, veniva, un secolo fa, schiacciata, sfruttata e stuprata in ogni suo porto, in ogni sua costa, proprio da noi, che dal Settecento gioviamo di industrie e sfruttamento della nostra stessa forza lavoro ( e quando abbiamo potuto anche della schiavitù).

Ora che la Cina ha deciso, con la sua abilità di pianificazione, di fare la stessa cosa (compresa la schiavitù?) ecco che ci alziamo a giudici, a filosofi, a profeti di un nuovo mondo, ovviamente sempre dall'alto della nostra superiorità economica- che durerà poco-o presi della pura di perderla?

E qui mi devo fermare per non sforare troppo dalla tematica originaria e soprattutto perchè non sarà un post ad esaurire le molteplici sfumature di una tematica ben più complessa della provocazione che ho proposto. Per una visione più approfondita mi ripropongo di scrivere un articolo o un saggio.

Nel frattempo la questione che mi premeva originariamente era quella di una Cina che cambia, a seconda dell'occhio di chi guarda, in maniera caleidoscopica.
In linea di massima, all'interno di una visione ampia della situazione sociale in Cina, ho riscontrato tre grandi contraddizioni.

La prima contraddizione nasce dall'interno. Come la Cina concepiva se stessa quando si trattava di un potere di tipo Imperiale, come, all'epoca e per secoli, l'idea che il popolo fosse così distante dall'elite intelletuale e burocratica, così povero, così solo, non rappresentasse assolutamente un problema e come questo fenomeno, tipico di una società arretrata, sia diventato un male soltanto con l'avvento dell'ideale comunista.

La seconda contraddizione nasce in seno al comunismo stesso, nel tentativo di Mao di cancellare l'elite, per cancellare le differenze sociali, e creare un costante ricambio di cervelli, un dilagare di ignorante forza lavoro, che però è sfociata in incapacità, caos, terrore. Se Mao aveva capito qualcosa, e di cose ne aveva capite tante, non aveva però trovato il modo di risolvere il problema: mobilitando le masse, nella maniera sbagliata, aveva dato loro il potere di sfogare millenni di repressione l'uno contro l'altro.

La terza contraddizione nasce nella Cina contemporanea ed è quella di cui parlano tutti: le grandi cità ricchissime, futuristiche, troppo avanti, e le campagne private di ogni appoggio o diritto o garanzia, che pure un governo comunista dovrebbe garantire.

(continua quando mia madre smetterà di rompere i coglioni....si può vivere così? l'estro soffocato)

venerdì 20 novembre 2009

Piazza Tiananmen

Mi sembra di vederla, o forse la vedo veramente, attraverso i libri, i saggi, gli articoli e gli occhi indagatori delle mie professoresse e delle loro assistenti. Ne parlano e ci raccontano di stragi, repressione e regime.
Federico Rampini ne parla nel suo libro, L'Ombra di Mao, in cui vi sono interviste a chi Tiananmen, qul gigno dellì89, l'ha vissuta. E poi un documentario interessante, toccante(http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/tankman/view/ , che vale la pena di vedere anche solo perchè noi possiamo farlo.
E c'è poi anche la mia esperienza personale, delle domande a cui i ragazzi cinesi non sapevano o non potevano rispondere.
Immagino piazza Tiananmen gremita di giovani e meno giovani,milioni, a dormire per terra, nelle tende, per mesi. Come anche noi eravamo negli anni settanta, sensibilizzati da qualcosa che ci faceva così male.
A loro faceva male e avevano voglia di uscirne.
E giù con tutte le teorie, su cosa loro volessero o non volessero davvero, su chi li appoggiasse, sul perchè del fallimento. Ma queste sono cose per addetti ai lavori, l'impressione per il profano è quella di una piazza grigia, pesante di palazzi pesanti, di bandiere rosse troppo in alto, piena di vita, brulicante di aspettative.
L'impressione è legata ad un immaginario lontano, troppo perchè la vera piazza non è più così, la vera piazza conserva la sua dignità di regime e mi sembra di vederla, adesso, spazzata da un vento freddo e secco, che ha allontanato le nuvole. I palazzi grigi illuminati, una lunga fila per il mausoleo di Mao, una piccola folla davanti alla bandiera e il solito andirivieni di vecchietti dalla Città Proibita. La piazza che ho conosciuto io, in cui ho vissuto assolati pomeriggi, gelide mattine, desolate notti, è una piazza silenziosa.
Mi dicono che perfino a capodanno non c'era nessuno. La festa era altrove, nelle case, nelle piccole vie, negli hutong. Oppure, al contrario, davanti ai bei teatri, nei ristoranti, nei pub, tra i grattacieli e i locali degni di Manhattan..la vita è altrove, mentre Tiananmen rimane bloccata in un cerchio di militari sempre in marcia.

sabato 26 settembre 2009

I fantasmi

Possiamo dirci quello che vogliamo, ripetercelo fino alla nausea. Io ho messo su peso, tu ne hai perso. Stiamo bene, siamo sane, non dobbiamo più combattere contro qualcuno che vuole, decisamente, ucciderci. Non dobbiamo guardarci in continuazione allo specchio e chiederci chi siamo, se stiamo facendo bene, se abbiamo fatto bene. Non abbiamo motivi per piangere, sentirci
soli, voler scappare.
E quando ci incontriamo ci troviamo sane, serene, completamente diverse.
Ma certi fantasmi non li uccidi, semplicemente li chiudi nelle scatole.

venerdì 18 settembre 2009

Primi spostamenti: Tianjin

Sotto Natale fui invitata dalla mia cara amica Giovanna in quel di Tianjin. Per chi non lo sapesse Tianjin viene anche chiamata Porto di Pechino, ma non solo è distante da Pechino più o meno quanto Napoli da Roma, è inoltre distante anche dal mare.

Tianjin è anche considerata dai pechinesi un pò provinciale, poco metropolitana. Eppure è una città di circa 9 milioni di abitanti, terza per popolazione in Cina, e a vederla con tutti i grattacieli e le superstrade, non è che sembri proprio un villaggetto.

Ma in Cina funziona così, e Tianjin, per un motivo o per un altro (motivi storici, artistici e culturali in primo luogo) non è Pechino. Per cui la gita da Pechino a Tianjin risulta, a dirsi, una gita fuoriporta alla cittadina confinante, una gita da fare in giornata, grazie alla linea ferroviaria ultraveloce che collega le due città in mezzora, una gita che se non è per affari è per andare a trovare amici o per mangiare i famosi baozi che li fanno bene solo a Tianjin o comunque per vedere com'è fatta questa Tianjin, che in fondo, bene o male, è solo a mezzora da Pechino.

Viceversa i Tianjinesi se proprio hanno un pò di tempo da spendere se ne vanno nella capitale, luogo di perdizione e di rinomata bellezza. Per fare qualche foto ai posti delle cartoline delle Olimpiadi, o a Mao, o a qualsiasi altra cosa famosa.

Insomma io me ne andavo a Tianjin per amicizia, ma ci sarei andata comunque.

Ero ospitata nella stanza di Giovanna e il ragazzo, quindi in tre in una stanza (ancora mi dispiaccio per il disturbo ma loro non sembravano disturbati) in un quartiere di Tianjin piuttosto caratteristico, dall'atmosfera quasi condominiale, con tanto di vecchietti organizzati per la domenica con revival dell'Opera di Pechino.

Ma il punto non fu tanto l'esserci, quanto l'arrivarci.

Prima di tutto la stazione da cui partiva il treno super veloce era la stazione Pechino Sud, e io non ci ero mai stata. Ero stata alla Est, alla Nord, ma sulla sud pareva aleggiare un mistero, strane leggende e mitologie la circondavano.

Dato che di indicazioni, su internet, se ne trovavano poche, chiesi alla mia professoressa cinese di pechino come arrivare sul posto, ovviamente spiegandole dove fossi diretta.

lei rimase perplessa.

La stazione sud pareva fosse la più inutile della città, una stazione di clochard, di senza speranza, con circa due o tre partenze al giorno, per quanto ne sapeva lei la situazione era ancora così.

ma no ma guardi che da lì parte il superveloce per Tianjin.

Al che lei, umile,si giustificò dicendo che avrebbe chiesto alla figlia, che queste cose le sa.

Entrò un'altra professoressa, sulla trentina, e si misero a discutere in pechinese stretto su cosa, dove e come fosse la stazione sud. Ecco alfine un'altra opinione: io sapevo che c'erano i lavori in corso, anche adesso. E' la stazione più recente, più nuova.

Ma c'è o no? e come ci si arriva?

le donne scuotevano la testa, dispiaciute. La professoressa mi chiese il numero di cellulare e mi promise di chiamarmi nel pomeriggio.

Mi chiamò invece a ora di pranzo, mentre ero ancora col boccone in bocca, (maledetta dedizione cinese) e mi spiegò con precisione quali bus prendere, bus che mi avrebbero portato fino a un certo punto, e poi avrei dovuto per forza chiamare un taxi

- è una zona in costruzione, la circolazione pubblica non è efficiente-

infine, carinamente,mi rassicurò dicendomi che ce l'avrei fatta, che il mio cinese era assolutamente sufficiente a muovermi.

(questa dopo Xian e Luoyang, chiariamoci, non era la mia maggiore preoccupazione)

l'ingenuità e la perizia della donna nelle indicazioni mi commossero, tanto quanto la generale ignoranza mi sorprese. possibile che nessuno andasse a Tianjin?
L'avrei presto scoperto.
Seguii le indicazioni alla lettera e alla fine mi ritrovai nella stazione dei treni più futuristica bella e pulita che avessi mai visto (e sono stata in Germania). Sembrava di stare in paradiso.
Mi avvicino ad uno sportello-biglietteria, dopo aver aspettato neanche un minuto, data l'efficienza e la quantità degli sportelli e compro (non senza difficoltà linguistiche, ma mea culpa, il mio cinese non era sufficiente a non bloccare una fila alla biglietteria dei treni...e in realtà probabilmente non lo sarebbe mai stato..)il fatidico biglietto superveloce.
Mentre arrivo al binario sulle scale mobili, ripercorro la storia della stazione grazie alle gigantografie dell foto dei tempi di una volta. Anni 60, 70, 80...fino ad oggi. La stazione piena di barboni e terra di allora si era trasformata, come di dovere, nel cigno che stavo vedendo.
Salii sul treno dove mi accolsero hostess d'aereo che mi fornirono anche acqua e giornale.
Chiusi gli occhi ed ero già a Tianjin.

mercoledì 16 settembre 2009

La bicicletta

Probabilmente la mia libertà è legata a una bicicletta.



Estate 2004

mi sentivo così libera con l'aria fredda della notte che mi soffiava tra i capelli, e non si vedeva nulla. Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l'ha.

Urlavamo verso il molo e le stelle.Mi sentivo libera, certo, col vuoto davanti, per nulla spaventata. Finito il liceo, non avevo nemmeno la più pallida idea di cosa avrei fatto e sapevo che sarebbe stata la mia ultima estate senza un briciolo di responsabilità.

Probabilmente ero più incosciente per altro.



Primavera 2009

sulla mia bici scassata, che nessuno ha mai considerato decente tranne me. Era più che decente.

Mi aspettava fuori la scuola, il dormitorio, la metro, casa di Tirza, il McDonalds, fuori il supermarket, la biglietteria, gli hotel. C'era sempre prima e dopo ogni cosa.

Ma soprattutto c'era la mattina alle 5, quando mi ritiravo a casa dopo una notte un pò troppo lunga, distrutta, sperando solo che la strada sotto di me fosse veloce, che durasse niente
non c'era nessuno.

tranne gli operai coi caschi gialli che andavano a lavoro cantando vecchie canzoni, gli uccelli e i vari gatti, nel campus. E fuori solo taxi e carretti stracarichi di roba.

Il ponte e poi il palazzo, mi trascinavo la bici per la rampa di accesso, fin dentro l'ascensore. Non sapevo se al custode dovevo dire buongiorno o buonanotte, solitamente gli sorridevo e lui mi sorrideva in risposta.

Infine a casa, nel letto. Poi il buio.
Libertà, stanchezza e una bicicletta.

mercoledì 9 settembre 2009

La telefonia mobile

Quando arrivi a Pechino necessiti di una scheda cinese. Il cellulare italiano non è affidabile, risulta parecchio costoso, per la comunicazione estera, ed è assolutamente inutile per la comunicazione interna.
Se non hai un numero di cellulare sei completamente isolato, praticamente un signor nessuno. Te lo chiedono perfino in banca, alle poste, quando rinnovi i visto: devi essere ritracciabile, sempre.
Ovviamente questo vale anche per l'Europa, o gli Stati Uniti, ma a Pechino i risvolti sono inimmaginabili.
Per esempio capita spessissimo di ricevee telefonate da numeri sconosciuti.
Magari all'inizio, ingenuamente, ti trovi a rispondere perchè credi (o speri) che siano amici, o amici di amici, o quel tizio che ti cercava per un lavoro o addirittura il Governo Cinese ch ha trovato delle irregolarità nel tuo modo di camminare per strada . Ti precipiti fuori dalla classe, col rischio che gli altri pensino che tu abbia un attacco di cacarella, cosa per cui tutti hanno, comunque, il massimo rispetto.
Ma non è quasi mai un tuo amico, o qualcuno che cerca proprio te.
Di solito attacca una voce che ti apostrofa ovviamente in cinese e cerca di venderti questo o quello.
Ovviamente tu attacchi, ma nel frattempo hai speso il resto dei soldi che ti rimanevano nella scheda.
Perchè sì, uno svantaggio della telefonia mobile cinese è che paghi anche se ricevi.
Non solo, se non hai soldi e magari (come quasi sempre accade) non te ne sei accorto, rimani isolato, irragiungibile, fino a che ti balena l'idea che forse non hai più soldi sul cel e allora provi ad effettuare una chiamata, così, per assicurartene, e la signorina cinese ti ribadisce il tuo fallimento economico.
Il bello è che questo esaurirsi della ricarica accade quasi sempre di notte così che al risveglio, preso dalle varie cose, nemmeno te ne puoi accorgere. E' di notte che gli operatori cinesi agiscono, così da prenderti ancora più alla sprovvista, da renderti ancora più inerme quando durante il corso vuoi inviare un sms ad un'amica, per organizzarti per il pranzo, a mensa o dal giapponese perchè ti sei svegliata con voglia matta di sushi, ma non puoi inviare un bel niente. e all'uscita ti ritrovi famelica e sola e speri di incontrare qualche faccia conosciuta così da non dover affrontare il pranzo in solitudine.
Questo puo' sembrare poco importante e in effetti lo è, dato che si incontra sempre qualcuno, ovunque tu vada, alla Yuyan. E allora invece parliamo di cose serie, di quando aspetti quella telefonata dal padrone di casa, perchè ti è saltata la corrente e in frigo la roba ha già organizzato un referendum per la tua eliminazione. O quando aspetti notizie dalla coinquilina, riguardo la bolletta pagata o no. ma nulla, il telefono tace e non c'è possibilità di resuscitarlo.
Bisogna aspettare il pomeriggio, quando ti recherai in uno spaccio, o da quei venditori per strada, o dall'edicola che espone l'apposito cartoncino scritto a mano:ricariche.

Non è di certo finita qui.
Provate a immaginare come si ricarica un cellulare in italia. Compri la scheda, chiami il numero, segui le istruzioni. Niente di più semplice. O forse no?
ecco, in Cina è più o meno uguale.
Quando hai trovato il luogo adatto devi relazionarti con l'edicolante, il tizio dello spaccio o il venditore ambulante per strada: vorrei una ricarica da 30 yuan.
Lui ti chiede il gestore. All'inizio non capisci, gli ripeti il quantitativo. Lui ti chiede se sei CHINA MOBILE e tu, illuminato, rispondi sì. A quel punto ti consegna la scheda.
Dopo un anno oramai era automatico, domanda risposta, domanda risposta, ma non ho mai conosciuto qualcuno che non fosse china mobile. Probabilmente non esiste altro gestore, e la domanda è una domanda in codice, una specie di porta d'accesso a un mondo sconosciuto di cui fai parte o no.Noi non facevamo parte del mondo segreto, eravamo luridi chinamobilisti, quelli della compagnia più nota, più diffusa, più semplice. Non sapremo mai cosa c'era sull'altra sponda.

Una volta ottenuta la scheda i più impavidi si arrischiano a grattare la linea argentata e a chiamare il numero gratuito.
Solo che c'è gente che dopo un anno ancora se lo fa fare dall'edicolante, dal tizio dello spaccio, dal venditore ambulante per strada: gli affidi il telefono come se fosse un bambino in fin di vita, e l'edicolante Padre Pio a imporre le sue mani sul caso terminale.
Non tutti riescono a reggere il panico da scelta, il dubbio che ti prende le viscere quando la voce in cinese ti SEMBRA abbia detto premi 1 per inglese, premi 2 per cinese.
Tu speri, la prima volta, che l'inglese ti risulti più comprensibile. Ma è solo un inganno, uno specchietto per le allodole e infine non hai alcuna idea di cosa la signorina abbia detto.
attacchi il telefono prima di fare un errore imperdonabile.
Richiami, rifugiato nel punto più remoto della casa, così da essere avvolto nel completo silenzio. Questa volta ti sembra di aver capito qualcosa, ma qualcosa senza alcun senso. Ti sembra ch ti chieda se vuoi ricaricare con xy oppure hai il servizio wz. Ti chiedi a che gruppo appartieni, da che parte stai, come la china mobile potrebbe catalogarti. Tu credi di essere un xy, premi il tasto apposito: ma ti dice che devi inserire un codice. provi a inserire il tuo numero, ma non è. Provi a inserire il numero che hai grattato fuori dalla scheda, ma non è. Cerchi di ricordare quando sarà l'Apocalisse per Nostradamus, ma non è nemmeno quello.
A questo punto ti conviene ammettere che sei un wz.
Dopo qualche mese di sbagli e di incertezze, finalmente capisci che non è questione di comprendere o no il messaggio registrato, devi semplicemente premere 2,2 , inserire il numero da ricaricare e infine il numero della scheda.
non per vantarmi ma io ero una dei pochi che se la faceva da sola, la ricarica, e non so se per fortuna o per estrema concentrazione, non ho mai sbagliato.
Di conseguenza, non ho ma ricaricato accidentalmente un numero sconosciuto sbagliando a digitare, nè però ho mai ricevuto una ricarica fortunata da parte di un distratto ricaricatore.
Cosa che è successa alla mia amica Paola che si è ritrovata con 50 yuan di ricarica, e un'improvvisa fede in Buddha.

giovedì 3 settembre 2009

Auguri

Ieri è stato l'anniversario del mio sbarco a Pechino. E' passato un anno.
A volte ho dei flashback improvvisi e ci rimango malissimo a tornare coi piedi per terra. Perchè?
In ogni caso tanti auguri a chi sbarcò con me, a chi ha affrontato sei mesi, o un anno, in terra lontana.
Spero che un giorno ci rivedremo, di nuovo lì. Che se no non è la stessa cosa.

martedì 11 agosto 2009

noi, i reduci ridicoli

Il giorno prima di partire sono andata a trovare gli ultimi rimasti per i saluti. Non c'era solo Daniel,sono stata piuttosto imprecisanel post precedente , c'erano anche un nugolo di ragazze, conoscenti più o meno intime, che sarebbero partite poco dopo di noi e con cui avevamo condiviso gioie ma soprattutto fastidi.
In particolare un gruppetto di tre ragazze che, arrivate tre mesi prima della fine, fresche e pimpanti, con la loro allegria, leggerezza e voglia di fare avevano sconvolto il nostro stanco e sfibrato gruppo di giovani vecchi. Nel bene e nel male.
Queste tre le chiameremo amichevolmente M, F e C.
Delle tre io, personalmente, conoscevo un pò meglio solo M, per vie più o meno indirette. Ci eravamo trovate per caso a parlare di letteratura ed è stato come riscoprire qualcosa che avevo buttato in uno sgabuzzino, troppo impegnata a tagliare liane con il mio machete e ad affrontare orribili mostri dagli occhi a mandorla.
Insomma, si è parlato un pò di quello di cui mi è sempre piaciuto parlare, e la cosa mi ha fatto piacere particolarmente M, che prima di allora era soltanto una dei milioni di figuranti della commedia pechinese.
in breve, le avevo affidato un compito importante e dovevo consegnarle delle carte. Ovviamente, dovevo anche salutare le tre ragazze, erano sempre state molto gentili ed affettuose, perfino con me.
Ma quello che volevo dire era che ci trovavamo a tavola e loro come sempre ribadivano con gli occhi e con la pelle quanto quei tre mesi non fossero bastati per viversi tutto come avrebbero voluto, e quanti viaggi avrebbero ancora fatto, per la Cina, se fossero potute rimanere. Io le guardavo materna.
Appena tornata da un viaggio sfibrante e magnifico nel sud, che mi aveva fatto scoprire( o riscoprire) una cina che pechino e le sue vicissitudini mi avevano fatto dimenticare anche solo di aver mai immaginato. Ero sull'orlo della fuga, avevo impacchettato tutto, detto addio a tutti, e a quelli che invece avevo lasciato dietro in Italia avevo promesso un ritorno atteso, pieno di affetto e calore. Avevo bisogno di tutto questo, era la mia pelle, brutta e cattiva, ad urlarlo.
Ma comunque le guardavo pensando che ero stata anche io così, dopo tre mesi. ed avevo anche passato i sei mesi, allo scadere del quali tre quarti della compagnia era tornata a casa e io e manuela invece avremmo affrontato altri lunghi mesi grigi. e non ci sopportavamo nemmeno.
dopo sei mesi torni a casa e ti penti di essere stata solo sei mesi.
dopo un anno ti senti come un reduce. un reduce ridicolo che sa che d'inverno ci si cura col miele e con quelle palle d'erba e quegli sciroppi amari. E sa che l'autunno è la stagione migliore, che la primavera dura poco ed è piena di simpatici pulviscoli saltellanti. Il reduce aspetta l'estate perchè vuole il sole, ma il sole non lo vedrà mai.
Chi ha letto questo blog sa più o meno cosa può succedere durante un anno, ma ovviamente non è solo questo. Mi viene da pensare alla voce con cui ho spiegato alle ragazze come ognuno di noi, da febbraio in poi, si sia beccato almeno una malattia d'ospedale. Per non parlare di infezioni, piccoli fastidi.
cose che ti fanno tornare almeno tre chili più pesante (come quasi tutti) o scheletrico (come me) e che ti fanno sentire come uno che è passato attraverso qualcosa di grande e crudele e che ne è uscito quasi indenne.
Ci penso quando risento qualcuno di quelli che come me è rimasto un anno. sono tutti felici di mangiare, bere, vivere e respirare. felici fino all'eccesso. per poi essere tristi, anche lì in maniera improvvisa, squarciante, come se mancasse un pezzo.
che sia la libertà o la forza dell'anticorpo che combatte il male e combattendolo si rafforza.

venerdì 31 luglio 2009

gente assurda

Mi si chiede se mi manca la Cina. No, non mi manca. Ancora.

Qui è estate, il cielo è aperto, la sera l'aria è fresca e invitante. Gli odori, specialmente nei posti un pò
fuorimano
sono attraenti, interessanti, naturali.
Gli ultimi giorni l'aria di Pechino era satura, inquinata. Come sempre, sia chiaro.
solo che ero stata nello Hunan con mio padre, in mezzo alla foresta, e poi sul fiume, e non ci sarei proprio voluta tornare nella grande metropoli.
Quando ci sono tornata mi sono accorta che sì, certo, mi ero affezionata. Un anno di avventure, emozioni(!!!), vai e vieni, problemi, crescita. E aggiungeteci pure un'altra sfilza di sostantivi pertinenti, a me non va.
Un anno, ok. Un anno del tipo che alla fine, quando arrivi in Italia, dopo aver versato le due lacrimucce alla vista del vesuvio (e ok, questo vale solo per me, credo), ti chiedi: cosa è successo?
mi sembra di essere stata catapultata qui e alle domande postemi, non so rispondere.
So solo che gli ultimi giorni Pechino era ricoperta di grigio e non c'era nessuno. o quasi.
Manuela ed io non sapevamo bene che farcene di quel pugno di ore, da organizzare e impacchettare nella maniera più ordinata possibile. alla fine non ce ne siamo fatte nulla.
Il campus era vuoto, la mensa praticamente deserta.
Il dormitorio si era riempito di americani, nessun italiano ad invadere il solito bar. I camerieri tristi, privi di italiani caciaroni, già speravano nel settembre salvifico, che avrebbe riportato il gruppo di italiani, un gruppo tutto nuovo, fiducioso e titubante.
Non eravamo le uniche reduci, c'era anche Daniel, il cantante-bassista-autore del famoso gruppo Happy go Shop. Il nostro gruppo, in realtà. nemmeno poi così famoso.
Daniel che da ragazzo timido in sovrappeso, dopo un anno era diventato un ragazzo timido, in sovrappeso e ottimista. Siamo andati, l'ultima sera, a mangiare al giapponese all u can eat e dopo aver mangiato come porci siamo andati a farci un mohito.
dopo un paio di mohito(s), una freccetta rotta (meno male che non c'erano telecamere..), due partite a biliardino (meno male che quella pallina non mi ha preso,ci avrei rimesso un occhio), è iniziato lo spettacolo di baristi acrobati. fuoco, scintille, salti mortali di bottiglie piene d'alcol.
finale poco folkloristico ma assai impressionante.

martedì 23 giugno 2009

la mia vita si divide allegramente tra casa, scuola, ristoranti e spaccio.
Oggi la tipa dello spaccio mi ha fatta innervosire pi˘ del solito, ma ho glissato elegantemente.
c'Ë una nebbia che non si vede a un palmo dal naso, direbbero gli antichi e io volevo solo comprare una bottiglia
d'acqua.
Lo spaccio era vuoto ed io avevo la mia bottiglia in braccio. piu che una bottiglia Ë una tanica, comunque.
non c'era un'anima viva a parte due ragazzi, uno cinese e uno uzbeko (ormai ho il radar per gli uzbeki..sar‡ che vivo
con un fantasma uzbeko), alle prese con numeri di telefono e grasse risate, e poi la solita cassiera stronza.
mentre arrivo alla cassa, sopraggiunge un bel coreano che ruba l'attenzione dell'orrido mostro dal ghigno malefico,
che improvvisamente diventa una malleabile e amabile pulzella pronta a offrire il suo aiuto. il giovane
le chiede di aiutarla con il suo telefono perchË ancora non sa come farsi la ricarica.
ricordo ancora la prima volta che mi recai a comprare una ricarica.
le chiesi di darmene una e lei per poco non me la buttÚ in faccia. poi le chiesi se sapeva il numero che dovevo chiamare,
con un grugnito mi rispose che dovevo dirle il mio gestore di telefonia. all'epoca non sapevo nemmeno
ripetere il mio nome ad alta voce. le feci vedere il mio numero, ma non le bastÚ, mi cacciÚ in malo modo.
vederla cosÏ gentile e disponibile con quel ragazzo, mi ha ricordato di quando fece pagare le birre 2.50 kuai a Ian e Jass,
mentre a Manuela e Martina le aveva fatte pagare 6. Non ci potevo credere, all'epoca.
ma c'era una spiegazione: le birre da 2.50 kuai sono false, sono quelle riempite nuovamente, quelle riciclate.
da qualche parte ci sar‡ una sorgente di birra, la immagino sgorgare dal sottosuolo, e deve essere dannatamente nociva.
In ogni caso
io dovevo pagare la mia acqua, questione di due secondi, lo spaccio era vuoto
ma lei no, mi aveva visto, mi aveva lanciato un'occhiata mortale e mi stava deliberatamente ignorando.
Io ho conservato la classe che mi contraddistingue e sono andata a posare l'acqua. era una sfida. il ragazzo dello spaccio
Ë improvvisamente comparso da dietro una scaffaltura, si Ë scusato e mi ha fatto pagare.
uscendo le ho lanciato un occhiata mortale, lei era ancora alle prese con la ricarica.
alla prossima.

mercoledì 17 giugno 2009

altro post frega-censura

Mangiavo una banana.
Ho scoperto che hanno chiuso il fruttivendolo dove per un anno ho comprato pomodori, melanzane, zucchine e uova.
quello con il pezzo di carne schiaffato sul tavolo, per intenderci.
Era costoso, era ladro, ma era umido e mi ci ero affezionata.
Ecco che Ë sparito e sono costretta, per comprare un paio di pomodori, a recarmi allo spaccio, che Ë un posto che detesto.
non solo perchË Ë veramente costoso, ma soprattutto perchË la cassiera, che noi amichevolmente chiamiamo "la stronza",
Ë una ragazza davvero poco simpatica. Non ho nulla da ridire sulla sua permanente, che per carit‡, ma ho davvero da dire
sulla sua espressione costantemente infastidita e sul suo sarcasmo mal riuscito.
Potrei narrare pi˘ di un episodio in cui l'avrei volentieri strozzata col filo del telefono a cui Ë perennemente attaccata,
ma sfortunatamente per il vicinato non mi sono presa la responsabilit‡ della sua morte.
Una cosa che devo fare prima di andarmene: dire alla stronza che Ë una stronza.
In ogni caso mangiavo una banana, quando vidi i due merli, nelle loro gabbie, fissarmi.
Mi sono avvicinata e loro mi seguivano con lo sguardo. chi aveva appeso lì quei due merli? uno dei due mi gracchiò,
per darmi il benvenuto. o per cacciarmi.
ma io ero davvero incuriosita, per cui credo di essere rimasta lì una decina di minuti a fare versi.
poi ho provato a dare a ciascuno un pezzo di banana, ma quei due uccelli erano particolarmente stupidi,
se la sono fatti cadere dal becco e ho dovuto aiutarli a recuperarli almeno tre volte, poi mi sono stancata.
e che diamine. stupidi uccelli.
In ogni caso se c'è una cosa che mi è mancata è il contatto con gli animali.
a questo proposito ricordo un bellissimo incontro di qualche giorno fa, col gatto del parco.
giravo senza meta, indossavo il mio ormai famoso cappello alla micheal jackson, piovigginava ed ero triste.
ad un tratto lo vedo venirmi incontro, grasso e sporco. si ferma davanti a me.
non c'era nessuno, solo il silenzio e la pioggia. Mi fa miao, io mi accovaccio. non ho nulla da mangiare, allora
lui semplicemente mi si siede accanto. siamo rimasti così, immobili, vicini, ma senza toccarci e guardarci.
sentivo la sua presenza, forse addirittura il calore del suo pelo, ma nient'altro.
sono stata io ad alzarmi, avevo un crampo. lui mi ha seguito per un pò, poi è scomparso in un cespuglio.

venerdì 5 giugno 2009

post censurato con escamotage

nonostante la censura, ecco che pubblico ancora, con un escamotage.


in realt‡ non ricordo nemmeno dove sono finita, in Mongolia.
Diciamo che per ora aprirÚ una parentesi e con una prolessi, per dirla tecnicamente, canterÚ dell'arrivo di mia madre a Pechino.

laddove madre Ë un termine comprensivo di Antonio, Carlomanzo e Mimmino.
Gi‡ a dirla cosÏ sembra una puntata dei Simpson.

Come era gi‡ stato previsto, la mia mamma ha sconvolto la Cina. O meglio, credo che abbia sconvolto gran parte dei cinesi che si sono ritrovati sul suo cammino. Il che per loro in realt‡ non Ë stato nemmeno un male dato che lasciavano mance ad ogni piË sospinto, guardandosi attorno e chiedendosi l'un l'altro se fosse il caso di lasciare mance.

ma cominciamo dal principio, che non Ë il loro arrivo a Pechino, ma il loro approdo a Shanghai, di cui potremmo mostrare almeno un migliaio di diapositive, ma non lo faremo.
La quotidianit‡ Shanghaiese si svolgeva tra ristoranti di lusso e grattacieli, prezzi stratosferici e vita da gran signori.
Arrivati qui a Pechino purtroppo i livelli si sono dovuti abbassare e non poco.
A vedere la stanza che avevo prenotato per loro, che pure non era male, un moto di disgusto li ha costretti a prendere una stanza "un pÚ meglio", o che almeno non odorasse di muffa. Quanti vizi questi shanghaiesi.



La vita pechinese si Ë svolta tra templi, giardini, piazze, e KFC, meglio conosciuto come JFK.
l'ottanta percento del tempo perÚ, credo di poter affermare in maniera piuttosto verosimile, si Ë svolto nei taxi "che tanto costano poco", e quindi giammai una metro, se non una volta. ma rischiando di svenire dallo sforzo.
e meno male che mia madre s'era tanto raccomandata che voleva un albergo vicino alla metro, ma credo pi˘ per fare scena che per altro.

le esperienze comuni sono state piuttosto culinarie. In effetti non ho avuto il coraggio e la pazienza di accompagnarli per i templi, i giardini, le piazze e i JFK. Mi sono limitata a scortarli per pranzi, cene e shopping, e sono spesso andata a trovarli in albergo, incrociando ogni volta una quantit‡ spropositata di neri, tutti provenienti dal Mali.

e qui aprirei un'interessante parentesi sui pranzi e le cene, dato che non mi Ë assolutamente possibile aprirla sul Mali.
Forse alcuni sosterranno che la mia guida Ë stata inutile, ma io ovviamente tirerÚ acqua al mio mulino sottolineando che, a parte l'erronea ordinazione del polmone di maiale da lanciare nell'hot pot, non Ë stata colpa mia!
per esempio, le frattaglie di pollo chi le ha ordinate?
invece devo dire che al giapponese sono stata artefice della nascita di un amore tra mimmino e il sushi, cosa di cui potrÚ andare fiera per il resto dei miei giorni.
Vado un pÚ meno fiera perÚ dell'amore nato tra mia madre e l'anguilla, ma questa Ë un'altra storia.

ma che dire dello splendido gesto di rottura fra mimmino e il bicchiere? un litigio che ci (gli) costÚ carissimo, ben 5 euro.
e che dire dell'errore mai volontario di carlomanzo che cancellÚ tutte le MERAVIGLIOSE e oserei dire STORICAMENTE INDISPENSABILI fotografie dalla scheda della macchina fotografica?

e i maledetti tassisti che fingevano di non capire, di essere sordi, di avere disturbi maniaco-depressivi pur di non portarci a casa mia?

per quanto riguarda gli acquisti, mi stanco solo al pensiero di mia madre, eterna indecisa, che girava come un cane cieco, in direzione di un fantomatico regalo per la qualunque.
siamo arrivati a un punto che mentre si discuteva il prezzo di una camicia lei fosse gi‡ tre negozi pi˘ avanti a chiedersi se forse fosse giusto regalare una camicia e non un copricuscino e un piatto.
se fosse stato per lei avremmo dovuto montare una tenda lÏ e accendere un fuoco da alimentare con bacchette e pennelli. ma ci scommetto che nemmeno quelli fossero di legno.
a suon di insulti siamo perÚ riusciti a sbrigarcela, con antonio che parlava ai cinesi in perfetto napoletano e quelli, ovviamente, capivano.

Mia madre Ë riuscita poi, in corner, a comprare per se stessa due paia di scarpe. Antonio, invece, un cappello da uomo misterioso e un pÚ vecchio (ricorderÚ a questo punto che la mia amica Manuela gli dette del lei, dopo aver dato del tu a chiunque, perfino a mia madre).


il mio compleanno ha visto carlomanzo arrendersi ad una malattia immaginaria, detta anche pigrite, e i poveri mamma antonio e mimmino sotto le fatiche di una casa che era un cumulo di polvere e bottiglie.
per una serata Ë addirittura sembrata una casa di gente civile.



insomma, ne sono successe di cose, in quel di Pechino, che seppur non lussuosa e ricca come Shanghai, ha offerto alla piccola rappresentanza della motorizzazione uno scorcio di accogliente Cina.

a meno che carlo e mimmino non decidano per la separazione consensuale, siete e sarete sempre i benvenuti!

giovedì 4 giugno 2009

VENTENNALE FANTASMA

in qualche modo sfuggo alla censura per commemorare questo giorno e dire:
sì, hanno vinto. non solo li hanno uccisi, hanno anche fatto dimenticare.
il professore oggi in classe ci ha detto che lui 20 anni fa c'era, in piazza. All'epoca protestava, ma ora ha capito che invece Deng xiaoping aveva ragione e ha avuto ragione a reprimere tutto, anche a costo di versare sangue, perchè lui ci aveva visto lungo e la Cina, se non fosse stata per quell'evento, ora non sarebbe così.magari sarebbe meglio, pensavamo tutti.ma nessuno ha detto nientecosa vuoi dire a un 40 che ha fatto una fine del genere?e a tutti quelli che hanno preferito dimenticare.
La mia language partner mi ha chiesto di raccontarle quello che è successo 20 anni fa, perchè loro non ne sanno nulla. ci proverò, ma temo di ferirla.
oggi, a tiananmen, non c'era nessuno.solo uno, un piccolo cinese con una maglietta bianca su cui erano scritti due ideogrammiche tradotti significano pressappoco
dimenticato